Indossa la corazza – Burnout

“Distendo le vene

E apro piano le mani

Cerco di non trattenere più nulla

Lascio tutto fluire

L’aria dal naso arriva ai polmoni

Le palpitazioni tornano battiti

La testa torna al suo peso normale

La salvezza non si controlla…

Vince chi molla.

Vince chi molla…”

Vince chi molla – Niccolò Fabi

Il mio mestiere, il mio lavoro. Ho scritto e raccontato avventure e disavventure e da raccontarne, potete giurarci, ne ho ancora e ne avrò moltissime.

Eppure, oggi, in una giornata di primavera, ho deciso di raccontare anche quando un educatore incontra la sua fragilità, quando il suo animo e il suo inconscio lavorano e gli fanno sentire e provare un malessere che va necessariamente affrontato e non sottovalutato. Quando è importante riuscire a capire che, anche attraverso una decisione sofferta, “Vince chi molla” e io, Gianni, ne so qualcosa e ora ve lo racconto punto per punto.

Tempo fa lavoravo in una domiciliare iniziata un paio di anni prima, con un ragazzo che frequentava la quarta liceo. Il ragazzo, ora diventato un uomo, si chiama Stefano.

Lui era finito sulla sedia a rotelle fin da piccolo a causa di una distrofia muscolare. Era una sagoma, una vera forza della natura, un ragazzo intelligentissimo e pieno di sogni, di una simpatia esplosiva. Con lui ci eravamo presi bene fin da subito e, nel corso di quegli anni, in cui tre pomeriggi alla settimana mi recavo a casa sua, per accompagnarlo alle terapie o per uscire e recarci dove volessimo, avevamo davvero legato tanto. Addirittura, al suo terzo anno di liceo, nonostante non lo seguissi a scuola, venni chiamato ad accompagnarlo nel viaggio didattico con la classe a Parigi, viaggio che aveva contribuito a rafforzare la nostra relazione educativa.

Ho lavorato e seguito tante persone in questi anni e con tutti ho costruito davvero ottime relazioni, ma con Stefano ammetto essere diventata, veramente, qualcosa di speciale. Relazione ottima anche con la sua famiglia.

Durante la metà del quarto anno di liceo, Stefano aveva dovuto affrontare un delicato intervento alla schiena, un intervento che doveva essere, secondo i medici, una convalescenza al massimo di un mese.

Anche i suoi genitori mi presentarono l’intervento come un’operazione molto delicata, ma importante per il suo stato fisico ed erano fiduciosi che nel giro di poco io e lui ci saremmo rivisti.

Ricordo bene il giorno in cui ci siamo salutati prima che entrasse in ospedale:

“Bella Ste, mi raccomando non mandare al manicomio tutte le infermiere e gli infermieri, ché ti conosco bene io…”

“Farò impazzire tutto il reparto, soprattutto con la mia splendida voce quando canto l’inno del Milan, ah, ah, ah…”

“Ecco, così mi sa che ti cacciano proprio. Ehi, finito l’intervento chiamami, l’ospedale come sai è un po’ fuori mano per venirti a trovare, ma almeno sentiamoci, ok?”

“Ok, Gianni, ma tu stai tranquillo! Cosa vuoi che possa accadermi, più di quello che ho? Al massimo divento più bello, così le ragazze mi cadranno ancora di più ai piedi no?” – accompagnato da un cinque e un abbraccio. Bisognava proprio ammettere che a lui l’autoironia non mancava affatto e ci salutammo così.

I primi giorni dall’ospedale, mi arrivarono alcuni suoi sms e una volta siamo riusciti anche a sentirci. Poi dal giorno dell’intervento, non l’ho sentito più.

A darmi informazioni su come fosse andata l’operazione e su come stesse proseguendo la degenza, furono i suoi genitori che, almeno all’inizio, mi informarono che tutto era andato per il verso giusto.

Purtroppo, non andò così.

Qualche giorno dopo, Stefano ebbe delle complicazioni post-intervento che lo condussero di nuovo sotto i ferri e purtroppo la situazione non migliorò neanche con il secondo intervento.

I genitori mi avvisarono di quanto stesse accadendo ed erano preoccupati e molto sconfortati. Stefano finì anche in coma farmacologico e i mesi di degenza e riabilitazione finirono per diventare quattro.

Non riuscii mai a sentirlo anche dopo l’uscita dal coma: i genitori mi continuavano ad aggiornare su tutto, sui progressi e purtroppo anche sulle regressioni. Dopo l’operazione e il conseguente coma, aveva perso anche molto a livello cognitivo e non riusciva più a parlare.

A ogni telefonata dei suoi, imprecavo e ci stavo male. Ma come era stato possibile? Perché proprio a Stefano, che stava comunque costruendo la sua vita, doveva aggiungersi anche questa disgrazia? Ci stavo malissimo, ma rimanevo comunque in attesa del suo ritorno a casa.

È il giorno arrivò!

Finalmente Stefano poteva tornare. Solo che non a casa, ma in una struttura riabilitativa e, in seguito, se tutto fosse proseguito per il meglio, al proprio domicilio.

I genitori parlarono sia con il mio coordinatore in cooperativa, sia con me. Volevano sapere se me la sentissi di ricominciare il mio intervento. Non me lo feci dire due volte, risposi in maniera affermativa.

Durante una supervisione, quando raccontai la mia gioia nell’aver concordato di nuovo l’inizio del mio lavoro con Stefano e aggiornato tutti i presenti sul suo stato di salute, la psicologa fermò la mia euforia per lanciarmi questa frase:

“Gianni sono felicissima che potrai riprendere a lavorare con Stefano, ma tu sei sicuro di essere pronto a sostenere il peso dell’incontro con questo nuovo ragazzo?”

Restai un attimo perplesso per quella domanda, ma risposi in maniera ferma e decisa:

“Sicurissimo!”

Mi sbagliavo, sicuro non lo ero per niente. Volevo fare il cavaliere senza macchia pronto a vivere questa nuova avventura. Peccato solamente avere affrontato la questione senza predisporre la giusta corazza.

Mi recai nell’Istituto che stava ospitando Stefano, venendo accolto calorosamente dai suoi che mi aggiornarono con le lacrime agli occhi, ulteriormente, sul suo stato di salute.

Potevo farlo mettere sulla carrozzina e portarlo fuori un’oretta, sarei rimasto con lui anche un’altra ora rientrato nella sua stanza, magari a leggergli qualcosa o per far ascoltare un po’di musica e fargli compagnia. Cercarono di spiegarmi che, spesso, anche mentre lo portavano in giro, cominciava ad urlare senza motivo e che non riusciva a far capire cosa lo stesse facendo agire così. I mali alla schiena, alle natiche e le piaghe da decubito che si erano manifestate dopo il periodo di allettamento, gli causavano dolore anche se con le cure che seguiva tutti i giorni, stavano diminuendo.

Tuttavia, quello che lasciava tutti sgomenti nella disperazione, rimaneva il suo declino cognitivo. Non avrebbe più recuperato l’uso della parola e, pur riuscendo a interagire minimamente, restava difficoltoso capire le sue richieste e i suoi stati d’animo. Il padre aggiunse che quelle urla senza quiete erano strazianti.

Ascoltai tutto, ma non mi feci prendere dallo sconforto. Ero abituato nel mio lavoro ad avere a che fare con svariate situazioni e di essermi costruito su misura la giusta corazza per affrontare qualsiasi avversità.

Così mi feci accompagnare nella stanza di Stefano. Era sveglio e appena mi vide varcare la porta della stanza, sul suo viso si manifestò un enorme sorriso. Era vistosamente dimagrito, ma gli occhi mi sembrarono vispi come al solito. Mi avvicinai per battergli il cinque e in qualche modo riuscimmo a scambiarcelo, poi dagli operatori venne messo sulla carrozzina, una carrozzina nuova fiammante e, ovviamente, con i colori del Milan.

Gli parlai qualche istante, poi salutammo i suoi e gli chiesi se fosse pronto a uscire per un giretto a folle velocità con me come pilota, la sua risata accompagnata da uno spasmo delle braccia mi fece capire che eravamo pronti a partire.

Quello fu il primo impatto con lui dopo mesi. Cercai di non farlo notare, ma dentro mi sentivo distrutto. Vederlo dal vivo, così profondamente cambiato mi sconvolse: ero lì per lui e per provare a fargli fare della attività e fargli passare qualche momento di socialità.

Uscimmo e in strada andò tutto bene per un breve periodo di tempo. Fino a quando, all’interno di un parco, Stefano non cominciò a urlare in maniera forsennata. Cercai in ogni modo di tranquillizzarlo, di parlargli, di distrarlo, di capire cosa lo rendesse così irrequieto: non era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere con qualcuno da me seguito, ma vedere Stefano fare così, mi fece agitare.

Non sapevo che fare, così optai per tornare nell’Istituto. Le infermiere e gli operatori intervennero cercando di farlo calmare, poi una volta tranquillizzato lo alzarono e lo misero a letto.

Restai sgomento. Un’infermiera si avvicinò e mi chiese di uscire un momento.

“Ehi, non ti devi preoccupare, gli accade spesso e non è facile capire cosa abbia. Cerca sempre di proseguire in quello che stavi facendo, abbiamo notato che alla fine si acquieta. Quando uscite riportalo indietro solo se lo vedi particolarmente stanco, ok?”

“Ok!”

Non riuscivo a dire altro. Era evidente che non ero pronto a trovarmi di fronte un altro Stefano, anche se ritenevo di esserlo. Ma ero ancora convinto, pur avendo preso un duro colpo, di avere una corazza infrangibile.

Rientrai nella stanza e dopo aver scherzato un po’ con lui, gli diedi da bere e iniziai a leggergli un libro consigliato dai suoi genitori.

Dopo un paio di pagine, Stefano riprese a urlare. Cercai anche questa volta di calmarlo, di capire come agire per far cessare quelle urla, ma andammo avanti così per un po’ di tempo, fino a quando, da solo, non smise. Gli parlai, cercai di farmi spiegare cosa gli facesse male o lo disturbasse, chiedendogli dei piccoli cenni con la testa. Ma nulla. Le sue risposte furono risate senza senso o almeno quello mi arrivava.

Quel giorno uscii dall’Istituto profondamente provato. Mi venne da piangere e mi abbandonai a quelle lacrime. Arrivato a casa iniziai a sentire di essermi portato dietro quel pesante carico emotivo e mia moglie si preoccupò subito, dopo aver ascoltato il mio racconto.

Ma io a Stefano volevo bene, non volevo mollarlo e dovevo continuare a seguirlo. La corazza era ammaccata, ma non distrutta.

Tornai all’Istituto nei giorni e negli orari stabiliti. Ogni volta il copione si ripeteva uguale al primo incontro: saluti, uscita o giretto nei dintorni, tentativo di interazione e conseguenti urla che demotivavano qualsiasi mia azione introdotta. I genitori e il personale cercavano di incoraggiarmi a proseguire, ma io ogni giorno perdevo entusiasmo e cominciavo davvero a stare male in quella situazione. La mia corazza cominciava a perdere pezzi.

Uscito dalle ore di lavoro con Stefano, mi sentivo svuotato dentro e appesantito da quelle emozioni. Il mio umore non era più lo stesso. Pensai di chiedere la sospensione dell’intervento, ma provavo vergogna per questo pensiero. Stefano stava male, non era più il ragazzo con cui avevo interagito in quegli anni e raramente vedeva amici e compagni. Era solo con i suoi genitori: non potevo e non dovevo abbandonarlo, la mia corazza poteva essere riparata da qualche Efesto per tornare in battaglia. Solo che oramai stavo davvero male e così, nonostante tutti i miei sforzi, dopo un mese decisi di fermarmi e chiedere una momentanea sostituzione.

Credevo di aver fallito. Temevo di non essere più in grado di fare il mio mestiere. Mi sentivo impotente e abbattuto: Stefano aveva bisogno di me, io cercavo di stare dentro quella situazione e affrontarla, ma il mio inconscio mi diceva che forse dovevo abbandonare. Solo che, a quel pensiero, mi sentivo un codardo e continuavo a scendere in battaglia con corazze sempre più raffazzonate e troppo delicate per i colpi che subivano.

Mia moglie in quella fase di stacco era preoccupata . Iniziò a spronarmi per farmi capire che forse era arrivato il momento per la chiusura di quell’intervento, per discutere con il mio coordinatore e fare una supervisione immediata. La mia ostinazione e la mia dedizione alla causa mi stavano distruggendo e non stavo aiutando neanche Stefano.

Il coordinatore del servizio ascoltò il mio lungo sfogo, quindi mi invitò a chiedere celermente supervisione alla psicologa del servizio, perché il mio vissuto avrebbe potuto ripercuotersi negli altri servizi in cui lavoravo. Il mio stato d’animo e il mio flebile equilibrio venivano oramai percepiti da tutti.

Con la psicologa affrontammo quello che mi stava facendo vacillare e stare male. Parlai della mia presunta corazza, di quante battaglie avesse affrontato, di quanto la credessi non dico invincibile, ma sicuramente protettiva e di quanto non riuscissi più a percepirla addosso. La mia quasi fuga da quel ragazzo mi faceva sentire nudo e inutile, mi toglieva il respiro. Mi fece ragionare sul concetto di corazza, su quanto a volte si pensa di essere indistruttibili, infallibili e su quanto la paura dell’abbandono di un nostro utente ci renda fragili. Mi sfogai sulla paura di non riuscire ad affrontare quelle nuove quotidianità, sul pensiero di essere diventati inetto, debole e di stare scappando Di quanto invece ritenessi altamente professionale e coraggioso provare ad affrontare le novità, anche quelle più dure, ma anche di essere capaci di lasciare andare, di non incaponirsi su qualcosa che non è più come era prima. Avevo conosciuto uno Stefano che non era più quello Stefano ed era giunto il momento di prenderne finalmente atto.

Non mi disse esplicitamente di lasciare, ma mi aiutò ad aggiustare quel poco di corazza rimasta, per decidere come muovermi, ma soprattutto darmi la forza per capire di non essere diventato un cattivo educatore se avessi mollato. Ero in qualche modo entrato in burnout. Nominò proprio quello stato e, uscito da quella supervisione, iniziai a rendermene finalmente conto.

Tornai da Stefano e, per il primo giorno, venni affiancato dal collega che mi aveva sostituito la settimana precedente. Tutto anche in quella giornata procedette esattamente come le altre, solo che il collega, a differenza di me, riusciva ad affrontare la situazione con il giusto distacco emotivo. Dovevo lasciare.

Così parlai al collega e infine affrontai i genitori. Spiegai quanto mi stesse accadendo e quanto, nonostante ci avessi provato, mi dispiacesse lasciare Stefano. Tremavo mentre parlavo: nessuna corazza addosso, solo Gianni completamente a nudo con le sue emozioni. Ne erano dispiaciuti, ma compresero quello che stava accadendo. Rimaneva da dirlo a Stefano. Non fu semplice trattenere le lacrime e parlargli cercando di non far trasparire tutto il mio stato d’animo.

Fu l’ultimo mio intervento con lui. Uscito dall’Isituto respirai forte e camminai a lungo per arrivare a casa. Finalmente non sentivo una sconfitta l’aver mollato, ma un aspetto importante della relazione educativa: saper lasciar andare, saper decidere di chiudere e la consapevolezza di non essere per forza essenziali.

Stefano ho continuato a vederlo di tanto in tanto, ma non come educatore.

Da allora, ho fatto tesoro dell’esperienza, per comprendere quando fosse il caso di farsi da parte e anche quando alcuni interventi mi provavano più di altri.

La sindrome da burnout non colpisce solo chi svolge la mia professione, può presentarsi in ogni professione e in ogni luogo di lavoro. Ho provato a raccontare come ha colpito me, ma conosco tante altre storie e vissuti, in ogni campo professionale, di stress e di esaurimento emotivo e di quanto possa far soffrire. La speranza è di poter avere e trovare i giusti strumenti e supporti per riconoscere questa problematica e affrontarla.

Dopo quello che è accaduto con Stefano, non ho più vissuto un momento tanto difficile e complicato. Potrebbe accadere ancora ed è bene farsi trovare pronti.

Il mio lavoro da educatore prosegue. Di corazze ne ho indossate tante e intercambiabili in questi anni, ma ho anche capito che, talvolta, si può farne a meno e lasciare agire e fluire le emozioni, facendosi condurre nella direzione più consona per sé stessi e per le persone che seguiamo. Non siamo invincibili e spesso a vincere è proprio chi molla.

Rocco Carta

Il racconto parla di un’esperienza di burnout vissuta direttamente dal protagonista, in cui chiunque di noi potrebbe trovarsi.

Consiglio, inoltre la lettura di questo importante ed esauriente testo, scritto da due psicologhe esperte:

https://www.edizioniunderground.it//post/come-acrobati-senza-rete

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