Educativa a distanza

Educativa a distanza

 

Caffè. Sentiva proprio l’esigenza di una buona tazza di caffè. Mette sul fuoco la caffettiera mentre, sbadigliando si gratta una natica, poi tira su la tapparella della sala e il sole lo saluta, facendogli alzare una mano a coprirsi il viso.

  •  Che cazzo, da quando siamo chiusi in casa a causa di questo maledetto virus, le giornate sono sempre con il sole. – pensa ad alta voce.

Un mese, è passato un mese, da quando è scattato quello che viene chiamato in inglese “lockdown” e ancora, a parte alcune previsioni, non si capisce fino a quanto durerà questa situazione.

Gianni ora controlla il cellulare, per verificare se ci sono messaggi o mail importanti. Di solito, a quest’ora, avrebbe appena parcheggiato la macchina vicino alla scuola dove lavora e il caffè sarebbe stato l’obiettivo successivo, nel mitico bar del Giorgio. Un caffè e una brioche, una sbirciata ai titoli del Corriere della Sera e poi via all’interno del plesso scolastico. Un rito giornaliero della vita di una persona, un rito a cui, al momento e chissà fin quando, è tenuto a rinunciare.

il fischio della caffettiera lo richiama all’ordine. Quel rito per ora è compiuto nella cucina di casa sua, offrendo la scossa per iniziare questa lunga giornata di lavoro di educativa a distanza.

Chi l’avrebbe mai detto? quando ha cominciato tanti anni fa, dopo anni di studio, che la relazione, il contatto fra lui, l’educatore e i suoi utenti, sarebbe divenuto, sperando solo per un periodo, un contatto a distanza.

Lui, sempre pronto agli abbracci con i bambini e i ragazzi delle classi dove lavora, a salutarsi battendo un cinque sulla mano di chi gli si parava davanti, a entrare in aula professori per scambiare due chiacchiere con le colleghe e i colleghi docenti, persone che sono diventate amiche, con cui si condivide non solo il lavoro e le eventuali criticità, ma anche speranze e vite, aspettando il suono inesorabile della campanella che invita tutti, maestri e alunni, a entrare nelle classi e cominciare la giornata.

Sparecchia e sistema la tazza nel lavandino e prepara la sua postazione di lavoro sul tavolo della cucina: il computer, il telefono, il quaderno con vari orari e codici di lezioni per entrare nella piattaforma. Si collegherà con le classi e i docenti, ci saranno appuntamenti telefonici e in videochiamata fra lui, i bambini e i ragazzi che segue e anche il suo mitico utente dell’assistenza domiciliare.

Osservando i codici numerici e le password di ogni docente, della piattaforma “Zoom” che la scuola sta usando, pensa sorridendo che alla fine di tutto, con alcuni di questi numeri, creerà una combinazione del Superenalotto. Chissà, magari…

Prima di collegarsi, prova a iniziare a svegliare suo figlio, che poco più tardi avrà un collegamento con le sue maestre per lezioni, prepara anche la postazione per lui. E infine sua moglie che dovrà collegarsi anche lei per lavorare in remoto.

La sua casa diventa in ogni stanza un ufficio, un’aula, uno studio. La sua e quelle degli altri, in questo periodo, sono aperte a tutti. Se non fosse che tutto questo è dovuto a un momento di difficoltà, ammetterebbe con soddisfazione di trovarsi all’interno di una comunità che spalanca le proprie porte. Virtualmente, si è riusciti dove, fisicamente, non si è mai arrivati.

  • Ok, vado a togliermi almeno il sopra del pigiama e mi infilo una maglietta. I ragazzi mi vogliono bene, ma sai come mi prenderebbero per il culo se mi presentassi così in videochiamata? – dice a sua moglie entrando nella stanza.

Ora è pronto e, tra qualche minuto, il prof di matematica avvierà la lezione, alla quale lui parteciperà prendendo appunti e monitorando la presenza e l’attenzione del ragazzino con il quale lavora, per poi, in un momento successivo e privato, ripassare insieme l’argomento trattato.

È fortunato e lo sa bene. Da quando tutta questa faccenda è cominciata, ha perso solo una decina di giorni di lavoro che, comunque, verranno retribuiti.

La scuola, il comprensivo dove lui lavora, si è attivato quasi immediatamente, per strutturare e far partire il lavoro di didattica a distanza. In questo meccanismo è stato subito inserito anche lui. I docenti lo hanno coinvolto immediatamente, reputandolo importante per i bambini e per i ragazzi. Inoltre, non gli avrebbero mai fatto perdere le sue ore di lavoro, ore erogate e che si possono convertire in ore di educativa a distanza. Fa parte di una squadra, una squadra che non lo aveva dimenticato, facendolo anche commuovere.

Ma non è andata così per tutti. Alcune scuole non si sono attivate subito per far partire le ore in remoto e in altre vi sono delle oggettive difficoltà ad attivarle. In alcune case, i bambini o i ragazzi non hanno connessione e strumenti adeguati, per potersi collegare alle lezioni o con i loro insegnanti di sostegno ed educatori, anche se ora i Comuni si stanno attrezzando per la consegna di tablet e PC. In altri casi, vi è la difficoltà oggettiva a far collegare ragazzi con disabilità gravi, attraverso l’uso di queste strumentazioni, anche se in qualche modo e grazie allo spirito, l’alta professionalità, la fantasia e la volontà di molti colleghi e colleghe, si sta cercando di sopperire a queste problematiche, mettendosi gioco. È una situazione del tutto nuova e bisogna un po’reinventarsi ed entrare in confidenza con queste nuove modalità.

  • Ciao a tutti, come state? Ciao, anche a te Gianni.

Il professore ha avviato il collegamento e ora sullo schermo appaiono i volti di molti ragazzini della classe, forse uno dei momenti più emozionanti di tutto questo periodo. Il collegamento con i ragazzi, sentirsi in contatto anche se in una classe virtuale, ma, tutto sommato, pur non essendo fisicamente a scuola, rimanendo comunque un gruppo.

Sono tutti lì davanti a noi. Qualcuno ogni tanto spegne la telecamera. Qualcuno, avendo attivo il microfono, fa arrivare a tutti le voci e i rumori di casa. Sono lì davanti a noi, un po’ più spenti, e vederli così fa male e, forse, vista la situazione diversa da quella vissuta quando si è in classe, risultano un po’ più attenti del solito. Tutto sommato il collegamento con i loro insegnanti, insieme ai compagni, li riporta a una normalità, ed è un po’ un modo per uscire, anche se virtualmente, all’esterno delle loro abitazioni.

  • Ciao ragazzi, come va? – anche Gianni saluta attendendo le loro risposte

La lezione inizia, dopo aver verificato la connessione di tutti i partecipanti. Qualcuno entra in ritardo e ahimè qualcuno non riesce a collegarsi. Matteo, il ragazzino con cui Gianni lavora, è presente.

Finita la lezione con questa classe, lezioni che durano al massimo quaranta minuti, il nostro educatore fa una piccola pausa, prima di collegarsi per iniziare un’altra lezione. Si versa un succo in un bicchiere e, sorseggiando, dedica qualche minuto alla lettura online dei quotidiani e dà una sbirciata ai social, dove alcuni post attirano la sua attenzione. Tutto questo mentre sua moglie si affaccia alla soglia della cucina.

  • Mamma mia, ma che scrivono questi? Ma come si fa a condividere ‘ste puttanate? Santa miseria, fammi chiudere subito, ché questi fenomeni social e leoni da tastiera mi fanno salire la carogna. Siamo già in un momento di difficoltà e ci mancano solo ste fregnacce di fake news e complottismi vari!
  • Gianni, abbassa la voce: in sala nostro figlio è in collegamento con le maestre. O, quantomeno, evita di urlare imprecazioni.
  • Ops! Sorry…

La mattinata prosegue tra collegamenti con le varie classi e la preparazione di materiali da inviare ai ragazzi. Infine, prima di pranzo, riceve la telefonata di un collega e amico, collocato nel servizio attivato dalla sua cooperativa, in collaborazione con il Comune di Milano, di consegna spesa a domicilio per anziani, disabili e chi ne avesse bisogno. Questo è uno dei servizi attivi, insieme a quello del sostegno a persone in quarantena, nato dopo un’adeguata e rapida formazione con i medici di Emergency e la dotazione di ausili di sicurezza, in cui alcune e alcuni colleghe/i sono stati collocati insieme ad alcuni volontari.

Gli altri servizi attivi, anche se con alcune restrizioni, rimangono quelli di custodia sociale, assistenza domiciliare e, ovviamente, i servizi di comunità. Come già detto, scuole, centri diurni e di aggregazione sono servizi interrotti.

Gianni ha una profonda ammirazione per chi sta lavorando sul campo con dedizione, cercando di alleggerire le difficoltà inevitabili di molte persone. Allo stesso tempo, è preoccupato e in pensiero per tutti i colleghi che non sono riusciti o non possono essere collocati in questa tipologia di servizi o non hanno avuto attivata la possibilità di condurre l’educativa a distanza. Inoltre, la durata di questa situazione straordinaria, sul lungo periodo e dopo la chiusura ufficiale delle scuole, porterà a un numero ancora più elevato di lavoratori (più del solito) da ricollocare e non sarà, ovviamente, semplice. Molti servizi estivi potrebbero non partire, causando a operatori e famiglie di utenti ulteriori problematicità. Ma ora preferisce non pensarci.

Anche lui avrebbe voluto prestare alcune ore nei servizi attivi, ma ha dovuto rinunciare con rammarico, non solo perché molto attivo nell’educativa a distanza, ma anche per non rischiare, nonostante tutti i sistemi di sicurezza siano adottati, il contagio. Sua moglie è immunodepressa: se lui dovesse portare in casa il virus, per lei potrebbe essere ulteriormente pericoloso. Per ora, ha preferito non dare disponibilità. Più avanti, vedrà il da farsi.

Arriva l’ora del pranzo e tutti i collegamenti attivi in casa si fermano, facendo rientrare il nucleo familiare in un momento privato. Ci si chiede come sono andate le lezioni e il lavoro e si butta l’orecchio alle ultime notizie o si ascolta un po’ di musica.

Le ore pomeridiane sono quelle dove il nostro educatore entra più in gioco. Sono quelle dove iniziano le videochiamate o le chiamate con i propri utenti. Quelle dove agisce in solitaria e dove la relazione avviene in una modalità più intima. Un momento molto importante in una situazione del genere, perché ragazzi e bambini riescono a tirare fuori le proprie fragilità, le preoccupazioni e ad aprirsi. Una cosa che nel lavoro educativo è importantissima e avviene già in situazione di “normalità”. In questa situazione diventa ancor più accentuata.

In agenda ha tre collegamenti pomeridiani, due con ragazzi che segue a scuola e uno con il suo storico utente del quartiere dove presta servizio di assistenza domiciliare. Prima di ricominciare, si affaccia un momento al balcone per prendere una boccata d’aria. Aria più pulita del solito, visto il blocco di molte attività e l’assenza del traffico quotidiano per recarsi nei luoghi di lavoro. Aria che arriva alle narici con i suoi profumi di primavera e occhi allietati dai colori che questa stagione regala. Un piccolo momento di pace. Ma ora si ricomincia.

Il primo collegamento è con Stefano, bambino di quarta elementare con il quale Gianni lavora fin dal primo anno alla primaria.

  • Ciao Stefano, come va?
  • Ciao Gianni. Io sto bene e tu?
  • Io bene. Cosa mi racconti? Come stanno i tuoi e la tua sorellina?

Dopo aver raccontato come stanno tutti ed essersi fatto raccontare come sta Edoardo, il figlio di Gianni che Stefano ha voluto assolutamente salutare via webcam, gli chiede di aiutarlo nei compiti di geometria e quindi di giocare un po’ con la lavagna virtuale. Gianni accetta e passa così l’ora. Ma al momento dei saluti, il piccolo Stefano si apre ulteriormente.

  • Gianni, ma quando potrò vedere i miei compagni?
  • Stefano, per ora dobbiamo aspettare. Spero che a maggio si possa rientrare a scuola, ma ancora non si sa.

Gianni sa che sarà difficile il rientro a scuola per la chiusura dell’anno. Ma la faccia attenta del bambino e i suoi occhi tristi lo fanno desistere dal dirgli ciò che pensa davvero sulla situazione.

  • Gianni, io voglio vederli, mi mancano, voglio tornare a fare l’intervallo con loro, voglio giocare con loro… – dice tutto ciò, scoppiando in lacrime

Gianni osserva e lascia sfogare il piccolo per qualche istante. Poi prova a tranquillizzarlo. Gli parla, gli confida che anche lui non vede l’ora di tornare ad abbracciarli tutti e a giocare con loro. Sente la sofferenza del piccolo, che proprio negli ultimi mesi era riuscito a creare delle relazioni più costruttive e più forti con alcuni compagni e, ora, questa situazione rimette in gioco tutto. Prova a calmarlo, promettendogli che il giorno successivo, chiedendo il permesso ai genitori dei suoi compagni, avrebbero fatto una videochiamata di gruppo. Questo lo tranquillizza, anche se Gianni sa bene di avere evaso una risposta alla domanda iniziale. Si salutano ma Stefano aggiunge ancora qualche parola:

  • Grazie Gianni, sono contento che almeno riusciamo a vederci. Sono potenti questi computer vero?
  • Vero, Stefano. Anche io sono felice che possiamo vederci.
  • Ti voglio bene! Ciaooooo…
  • Anche io ti voglio bene.

Il collegamento è interrotto e se non fossero le tre del pomeriggio e non avesse altre videochiamate da effettuare, si preparerebbe la vasca da bagno con un bel bicchiere di vino rosso, staccando da tutto. Le lacrime di Stefano lo hanno affranto, ma adesso deve tornare subito in collegamento.

Ora tocca a Daniele, ragazzo di terza superiore. Il collegamento diventa subito a quattro, nel senso che il ragazzo invita anche un suo compagno e l’insegnante di sostegno. L’ora diventa un’ora di socializzazione e, credetemi, è una rappresenta una risorsa importante in questo tempo. Si ride e si scherza, ma si discute anche su come si sta vivendo la quarantena e, ovviamente, la fatica nel dover restare chiusi, nel non potere radunarsi e stare insieme. Sono affaticati, come tutti, ma sentono il bisogno di esternarlo. Si domandano come avrebbero fatto se la tecnologia fosse stata anche solo quella di vent’anni fa. Raccontano di come, in qualche modo, grazie a smartphone e pc, sia possibile restare a contatto facendo gruppo. Il discorso scivola inesorabilmente anche sui parenti o conoscenti che hanno preso il virus e purtroppo anche su alcuni che non ce l’hanno fatta. Un micromondo globale che nel giro di un mese è cambiato e ha modificato la vita di tutti, ma a queste famiglie con un congiunto contagiato o addirittura deceduto, quel micromondo è stato devastato.

  • Gianni, Prof, ma è vero che la Ministra ha detto che saremo tutti promossi?
  • Stefano, qualsiasi cosa abbia detto la Ministra, domani pomeriggio noi due ci colleghiamo e studiamo storia. Dopodomani avrai l’interrogazione online e, promosso o no, un quattro rimane un quattro. Sei d’accordo?
  • E io che volevo sfangarla. D’accordo Gianni! Hai ragione, serve responsabilità ai propri doveri.
  • Bravo, cosi mi piaci.

Ci si saluta, pausa, uno sguardo alle mail: un professore ha appena girato un documento su ipotesi di linee guida per l’esame di maturità, visto che Gianni segue anche un ragazzo di quinta liceo. Un esame totalmente diverso almeno così pare al momento, da quello da cui tutti, compreso lui, sono passati. Un esame che potrebbe essere online e con molta probabilità solamente orale. Insomma, pensa Gianni, il Covid19, modificherà anche la poesia, l’ansia e il vissuto della “Notte prima degli esami”, tanto ben descritta da Antonello Venditti. Troppi cambiamenti, davvero troppi.

 Ma ora tocca alla telefonata con Peppe, alias Giuseppe, utente storico del servizio di assistenza domiciliare, conosciuto da tutto il quartiere.  Un personaggio, anzi il personaggio!

Sempre in giro dalla mattina alla sera con il suo cagnolino, a caccia di inaugurazioni di locali, feste di supermercati e iniziative di solidarietà, dove poter ricevere gratis un pasto, un omaggio, una fetta di dolce, ma anche restare in compagnia. Tutto questo al grido in dialetto lucano: “Chi dorme non piglia pesci!”. Peppe è arrivato anni fa dalla Basilicata per cercare fortuna a Milano, fortuna che sta ancora aspettando.

Vive nelle case popolari con la sola pensione di invalidità, come potete capire, non proprio sufficiente a vivere dignitosamente, per fortuna integrata negli anni da vari sussidi sociali e ora dal Reddito di Cittadinanza. Ma, soprattutto, supportato dalla pazienza e dalla solidarietà di molte persone e associazioni del quartiere che sopportano le sue stravaganze e anche i suoi momenti di nervosismo. Gli danno davvero una grossa mano. Insomma, per sua fortuna, Peppe fa parte di una comunità viva e attiva.

Con lui niente videochiamata, non possiede un computer e ha un telefono non troppo tecnologico.

In una situazione come quella che si sta vivendo, il monitoraggio di persone come Peppe rimane fondamentale, per capire come vive e per fare in modo che non si metta nei guai e non corra dei rischi.

  • Ciao Peppe, come va? Sono Gianni.
  • Uè, Gianni, io tutto bene e tu?
  • Bene, bene, ma dove sei che ti ho chiamato a casa e non hai risposto?
  • Sto sotto a metrò, co o cane – detto proprio così – M’aggià bere o’caffè alle macchinette, in giro è tutto chiuso, mannaggia a miseria…
  • Peppe, ma non puoi andartene in giro così! Se ti fermano sono guai. Hai almeno le mascherine?
  • Ce l’ho, la tengo, me l’hanno data i ragazzi del quartiere, che ogni tanto mi passano a trovare e mi lasciano davanti alla porta le mascherine e qualche cosa da mangiare.
  • Bene, mi avevano infatti chiesto il tuo numero di cellulare e io l’ho dato, per metterli in contatto con te. Ma ora incamminati verso casa, o quantomeno, più vicino a casa, ok?
  • Agli ordini capo! Sto virus di merda co a corona…

Mentre Peppe cammina verso casa, la telefonata va avanti con i suoi racconti di ciò che accade nel quartiere: gente che alla sera suona e canta dal balcone, file al supermercato e la mancanza di poter seguire la sua Inter, visto il blocco del campionato. Il tutto intervallato da bestemmie, parolacce all’indirizzo del virus, della politica e dei politicanti e, qualche saluto alle persone incontrate durante il tragitto, con un tono di voce talmente alto che alla fine della chiamata l’orecchio del povero Gianni invoca pietà.

  • Uè Gianni, ma tu quando vieni?
  • Per il momento Peppe non posso, ma ti chiamo spesso ok?
  • Ok
  • Ovviamente se hai bisogno, chiamami anche tu chiaro?
  • Va bene.
  • Mi raccomando stai attento e non metterti nei guai ok? Prova a rispettare le regole.
  • Ma quali guai, sta tutto chiuso. N’do cazzo devo andare a mettermi nei guai?

Bè, non si può dire che abbia tutti i torti! Ci salutiamo mandandoci un abbraccio e augurandoci che questo momento finisca il prima possibile.

Finita la chiamata, Gianni rimane seduto sul divano con gli occhi chiusi per qualche secondo. Nonostante lavori da casa si sente esausto, forse anche più stanco di quando lavora in giro. È inutile, il contatto con i bambini e i ragazzi gli manca, esattamente come gli manca il contatto con Peppe. Comunque, la giornata di lavoro è terminata e forse un momento di silenzio può ristorare, fino a quando si sente chiamare da suo figlio:

  • Papà, giochiamo insieme?
  • Certo Edo, a cosa vuoi giocare?
  • Facciamo che io sono Batman e tu Joker e tu scappi, mentre io ti devo acchiappare e arrestarti?
  • Va bene, ma stai attento perché io sono un cattivo spietatoooo…

Sì, in un momento del genere, dove non si possono fare molte cose per evadere da questa clausura, per riuscire a vincere questa dura battaglia contro il virus, giocare e usare la fantasia è un buon modo per andare avanti.

Gli educatori, tutti, questo lo sanno bene.

Dedicato a tutte le colleghe e a tutti i colleghi, in questo momento così delicato. Un grosso abbraccio.

Rocco Carta

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