Una giornata qualunque da educatore

Sono le 8.17, ho già bevuto il caffè, che è una buona notizia e non ho ancora capito se sono davvero sveglio, che è una notizia meno buona.

Arrivo al lavoro e so già che la giornata potrebbe andare in qualsiasi direzione. Perché questo è il bello, e qualche volta, anche il problema del lavoro educativo: non sai mai esattamente cosa succederà.

Puoi avere preparato tutto, dall’attività agli obiettivi, dal materiale, alle parole giuste e puoi esserti fatto mille film in testa. Poi arriva lui o lei, e ti dice:
“Non ho voglia.”

Fine del progetto educativo. Si ricomincia da lì.

Dal “non ho voglia”, che magari non significa soltanto quello.
Magari significa “sono stanco”, oppure “ieri è successo qualcosa”, oppure, ancora “non mi fido abbastanza”.
O magari significa semplicemente che oggi non ha voglia.

E tu devi stare lì.
Non fare, stare, che sembra una cosa semplice, ma non lo è per niente.

Perché noi educatori siamo spesso chiamati a dover trovare una soluzione. Dobbiamo aiutare, motivare, cambiare, ottenere risultati.
Poi, con gli anni, impari una cosa abbastanza importante: non sei tu che devi cambiare le persone. Puoi soltanto provare a creare le condizioni perché possano cambiare qualcosa di sé.
E non è la stessa cosa.

Così passano le ore.
Una conversazione, una risata, un litigio, una telefonata, una porta sbattuta, un “vaffanculo”, un “scusa”, un silenzio. E magari, in mezzo a tutto questo, succede una cosa minuscola.

Quella cosa che, se la raccontassi a qualcuno che non fa l’educatore, probabilmente non sembrerebbe nemmeno una conquista.

Ha preparato da solo lo zaino.
È entrato senza che lo accompagnassi. Ha chiesto aiuto invece di mollare.
Ha aspettato il suo turno.
È tornato.

“È tornato!”

Questa, per esempio, può essere una frase enorme.
Perché il nostro lavoro è fatto anche di ritorni.
Di persone che si allontanano e poi tornano, di tentativi che falliscono e poi ricominciano, di porte chiuse che qualche volta si aprono appena.
E noi siamo lì.

Non per aprirle con la forza, perché dall’altra parte c’è una persona, non una porta. Siamo lì per dire: “Io ci sono”.

Che è una frase molto più difficile di quanto sembri.

Perché esserci significa anche accettare di non vedere subito il risultato. E questo, nel mondo in cui viviamo, è quasi rivoluzionario.

Siamo abituati a misurare tutto: numeri, risultati, prestazioni, obiettivi raggiunti, tempi.
Ma come misuri una fiducia che cresce lentamente?
Come misuri il coraggio di chi, dopo mesi, decide di provare ancora?
Come metti in una tabella il momento esatto in cui una persona smette di sentirsi sola?

Il lavoro educativo è pieno di cose che non fanno rumore. Ed è forse proprio per questo che, qualche volta, viene riconosciuto poco.
Anche economicamente.

Lo dico con grande convinzione: io amo il mio lavoro.
Ma amare il proprio lavoro non dovrebbe essere una scusa per pagarlo poco. La passione non sostituisce lo stipendio e non paga l’affitto e le spese quotidiane.

Una professione, non una “missione”, parola che ogni volta che ci viene affibiata ci fa incazzare, giustamente, di brutto, perché fa dimenticare che dietro quella professione ci sono studio, competenze, responsabilità, fatica e persone che ogni giorno mettono in gioco una parte di sé.

Io sono un educatore. E sono anche un narratore.

Forse perché questo mestiere mi ha insegnato che le persone non sono mai soltanto quello che appare.
C’è sempre una storia dietro un comportamento, qualcosa da ascoltare, una parte che ancora non conosci.

E allora racconto.

Racconto le giornate storte, le situazioni assurde, le risate, le incazzature, le piccole vittorie e anche le sconfitte. Racconto perché credo che raccontare il lavoro educativo sia un modo per dargli valore, per far sapere che mentre il mondo corre c’è qualcuno che, ogni tanto, si ferma, si siede, ascolta, aspetta, prova, sbaglia e riparte.

Sono le 17.45.

La giornata è finita o almeno dovrebbe.

Saluto ed esco, domani ricominceremo.

Probabilmente qualcuno mi dirà di nuovo: “Non ho voglia”.

E probabilmente io farò un respiro, berrò un altro caffè e proverò a capire cosa c’è dietro quelle tre parole.
Perché faccio l’educatore.

E, nonostante tutto quello che potrei dire su questo lavoro, alla fine la verità è abbastanza semplice: Lo amo.
Lo amo proprio tanto.

E se qualcuno mi chiedesse se sceglierei ancora questo mestiere, saprei già cosa rispondere:
sì, lo sceglierei.
Lo sceglierei ancora, con tutto l’amore che ho per questo lavoro.

Ma proprio perché lo amo, vorrei che finalmente fosse riconosciuto per quello che è: una professione, con il suo valore, le sue competenze, le sue responsabilità e i suoi diritti.

Perché amare quello che facciamo non significa doverci accontentare.
Significa anche continuare a lottare perché, dopo tanti anni, questo lavoro abbia finalmente il riconoscimento che merita.

Rocco Carta
2 ottobre 2026 – Giornata Internazionale dell’Educatore.

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