Apparenze

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Tutti ti valutano per quello che appari. Pochi comprendono quel che tu sei.”

Niccolò Macchiavelli

Scese le scale della stazione della metropolitana velocemente e con il cuore in gola, convinto che stesse passando il suo treno.

Arrivato sulla banchina si accorse di aver corso per nulla, il rumore del treno in arrivo era quello che viaggiava in direzione opposta. Imprecò

Si piegò con le mani sulle ginocchia per recuperare il fiato di quello scatto inutile. Poi diresse lo sguardo verso il display che segnala il tempo di attesa. Avrebbe dovuto attendere una decina di minuti. Lo sconforto dell’aver creduto che stesse arrivando il suo convoglio lo fece sospirare energicamente, facendogli battere i pugni contro i suoi fianchi. Non amava le attese, lo innervosivano e poi era stanco. Il peso del turno di lavoro lo avvertiva tutto e in varie parti del corpo.

Optò per infilarsi alle orecchie le cuffie del suo I-pod, in un tentativo di isolamento dal mondo e dai suoi rumori. In attesa del treno, si mise ad ascoltare la sua playlist preferita. Ne aveva bisogno: per tutto il suo turno di lavoro, era stato costretto a sorbirsi tutto quello che passava la filodiffusione del negozio. Detestava la musica che veniva proposta in sottofondo mentre lavorava.

Attorno a lui, solamente poche persone: una coppia di ragazzi che limonava allegramente appoggiata al muro, due signori che disquisivano della partita di Champions League della serata e altre annoiate e dalle palpebre calanti intente a fissare il display della fermata, come per invogliarlo, con la forza della mente, a ridurre il tempo di attesa. Invece, il display continuava a scandire un lento conto alla rovescia che li separava dalla corsa che li avrebbe condotti alle loro destinazioni.

Decise di sedersi su una delle panchine di marmo fredde per far riposare le gambe, stanche dalle ore di lavoro pomeridiano e serale, in piedi alla cassa del fast food dove lavorava.

Ore passate ad ascoltare ordinazioni, lamentele, problemi dei colleghi e le battute penose del suo direttore, convinto di essere una persona dotata di una comicità brillante e capace di far ridere. Invece era un perfetto idiota, pensiero condiviso anche da tutto il resto del personale.

Fissò nuovamente lo schermo: annunciava che il tempo di attesa sarebbe stato di sette minuti.

Il suo sguardo venne attirato dal manifesto sulla banchina opposta: invitava a recarsi in viaggio alle Maldive. La foto mostrava una spiaggia bianca, palme e un mare azzurro limpido con una didascalia che chiedeva a chi la guardava: “Avete mai visitato il Paradiso?”

No, non l’aveva mai visitato e, probabilmente, quel tipo di giardino dell’Eden non l’avrebbe mai visto se non nei suoi sogni.

Cinque minuti di attesa. “In attesa dei treni si prega di non superare la riga gialla di sicurezza…”

Chiuse gli occhi per fantasticare di trovarsi su quella spiaggia, mentre l’I-pod accompagnava il tutto con la voce di Bob Marley e la sua immortale “Redemption song”, a cullare le diapositive che il suo cervello gli stava proiettando, quando si sentì toccare con veemenza da una signora anziana, riportandolo alla triste realtà delle luci al neon di quel luogo.

Tre minuti all’arrivo del treno.

La signora gli chiese se il treno che stavano attendendo li avrebbe portati alla fermata di Bande Nere e se poteva sedere vicino a lui durante l’attesa. Teneva stretta al suo grembo la borsa quasi come fosse piena di milioni di euro. Si sedette sulla panchina con la lentezza di un bradipo.

Doveva avere sicuramente parecchi anni. Accomodatasi proseguì il suo iniziale discorso, aggiungendo che lui le sembrava proprio un bravo ragazzo e di questi tempi, con tutti i malintenzionati e gli stranieri che ci sono in giro c’era da stare in campana.

Due minuti all’arrivo del treno.

Quel desiderio di stacco da tutto e di silenzio andò a farsi fottere, purtroppo interrotto dalle parole, da quelle frasi fatte senza senso e dal bisogno di interloquire con qualcuno della vecchia acida signora.

Avrebbe voluto mandarla a cagare e spostarsi da lì, ma non lo fece, troppo rispettoso dell’età della signora e in cuor suo, invece, maledisse i suoi connotati che lo facevano apparire sempre come un bravo ragazzo, un buon samaritano e invece ogni tanto, da sempre, gli sarebbe piaciuto avere le caratteristiche fisiche simili a uno dei personaggi di Gomorra, magari con una bella cicatrice sul viso che di certo non avrebbe rassicurato le persone che gli si sarebbero avvicinate. Purtroppo, doveva accontentarsi del viso mansueto che i geni di suo padre e suo madre gli avevano dato in eredità.

Un minuto all’arrivo del treno.

Mentre faceva questo pensiero e il display annunciava che stava per arrivare il suo treno, a fianco della signora si accomodava, molto vicino, un ragazzo di origine africana, forse senegalese. Portava i dread, con un bel viso, un abbigliamento informale e una corporatura robusta. Si era seduto messaggiando a una certa velocità con qualcuno sullo smartphone.

In quell’istante, la signora ebbe un sussulto.

Stringendo la borsa a sé con maggior forza e avvicinandosi ancor di più al ragazzo con cui non aveva ancora smesso un secondo di parlare, gli chiese di spostarsi un pochino più in là, aggiungendo non proprio a bassa voce che quel tipo non solo non le piaceva, ma aveva anche addosso un odore di aglio che le provocava un certo disgusto.

Decise di assecondarla, nonostante non ne apprezzasse l’intolleranza. Il ragazzo, scrutato anche dagli occhi fermi e rabbiosi del loro vicino di panchina, le fece capire che sicuramente aveva ascoltato e compreso tutto ciò che la poco gentile vegliarda gli aveva dedicato, ricambiando con uno sguardo che pareva offeso e minaccioso. Sì, pensò, meglio distanziarsi di qualche centimetro.

Treno in arrivo con destinazione Bisceglie, si prega di non superare la linea gialla di sicurezza.”

Ed eccolo, il maledetto o benedetto, vista la situazione, treno.

La signora si tirò su, chiedendogli il braccio. Lui glielo concesse e la sostenne fin dentro la carrozza dove l’aiutò a sedersi. Il ragazzo africano andò ad accomodarsi due file più in là, non degnandoli più di uno sguardo.

Meglio così, le parole della vecchia e la situazione che si stava venendo a creare iniziavano a procurargli un filo d’ansia.

Non la pensava come la signora: sicuramente quel ragazzo, proveniente dall’Africa, aveva finito il turno di lavoro oppure si era visto con amici e stava tranquillamente, come loro, tornando a casa, ma le insinuazioni della signora, sulla paura del diverso, dello straniero, pur prive di fondamento, stavano infilandosi dentro di lui, attecchendo come la malerba su una pianta sana. Si sentiva a disagio per quei pensieri e anche un povero cretino, ma, nonostante ciò, la fobia della signora lo mise in uno stato di allerta, probabilmente ingiustificata.

La signora continuava a parlargli, proponendogli slogan razzisti e antistranieri di certi politici e programmi televisivi, che proponevano ai loro seguaci, sull’invasione e la colonizzazione degli immigrati a discapito dei poveri cittadini italiani.

Il ragazzo africano lanciò l’ennesimo sguardo schifato verso di loro scuotendo la testa.

Lui invece, accerchiato dalle parole ridondanti e xenofobe della donna, avvertì un giramento di testa e la voglia di tappare quella bocca, con una replica secca e decisa che si faceva, dentro di lui, sempre più forte.

Osservò il ragazzo prendere un libro dalla borsa, notando con immenso piacere la copertina. Era il suo libro preferito: “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, testo che ai tempi dell’università aveva amato molto. I due si scambiarono un’occhiata a distanza, questa volta lo guardò con occhi pieni di scuse per tutto quello che fino, a quel momento, aveva dovuto ascoltare e subire. A quel punto il ragazzo dell’Africa (che chissà poi se davvero era un ragazzo dell’Africa? Magari era un ragazzo nato, vissuto e cresciuto in Italia, in Francia oppure negli Stati Uniti) tornò con la testa china sul suo libro.

L’anziana, nel frattempo, continuava a parlare a getto continuo e senza sosta.

Alla fermata successiva salirono altre persone e il treno si riempì di altre anime. Salirono anche altre persone straniere, facendo inveire ancor di più la signora contro quell’umanità stanca che voleva solo arrivare quanto prima a coricarsi nel proprio letto. A quel punto non tenne più e, sbottando, disse ciò che pensava, senza freni, sull’intolleranza della signora. Finì quelle giuste e sante parole, aggiungendo, che per un solo attimo, gli aveva fatto attecchire il germe della sua ignoranza e per questo provava profonda vergogna.

La signora lo guardava da dietro occhiali spessi, con espressione attonita e stupita, ma non osava fermarlo. Il ragazzo dell’Africa, invece, lo stava guardando con ammirazione. Concluse, comunque, il suo intervento, augurandole una buona nottata. Alzandosi, le diede finalmente le spalle, per andare ad accomodarsi su un’altra sedia.

Appena seduto, dal fondo dell’altra carrozza, si udì l’urlo di una donna che chiedeva di essere lasciata in pace, rivolto a un uomo corpulento che la strattonava dal braccio. Tutti si voltarono verso i due. La sensazione di tutti quegli occhi addosso, fece aumentare l’aggressività dell’uomo nei confronti della donna, strattonata ancora più forte.

Lei cercava di divincolarsi, dicendo che le stava facendo male e iniziando a chiedere aiuto. Lui per tutta risposta le rifilò uno schiaffo che fece intervenire a voce due dei vicini di posti e gelò il resto dei presenti. Sì, restò immobile anche il ragazzo a osservare la scena. Una donna invece prese il cellulare e chiamò la polizia.

La rabbia di quel violento aumentò, facendogli dichiarare che, se la ragazza non fosse scesa alla fermata successiva, l’avrebbe ammazzata. Fu a quel punto che il ragazzone dell’Africa si alzò dirigendosi verso l’uomo violento. Gli occhi dei passeggeri erano tutti su di lui, anche quelli dell’anziana signora.

Si avvicinò a passo rapido verso l’uomo, chiedendoli di lasciare il braccio della donna. Glielo chiese in maniera secca e decisa, aggiungendo con tono minaccioso che, se non lo avesse fatto, ci avrebbe pensato lui.

Il violento si avvicinò con la faccia , senza mai mollare la presa, chiedendo al “negro” di farsi i cazzi suoi.

Il “negro” gli rispose che le donne non si toccano, fissandolo dritto negli occhi, e che sarebbe stato meglio se avesse lasciato il braccio della donna, che intanto non smetteva di piangere e singhiozzare, spaventata, e chiedendo continuamente aiuto. Tutti stavano osservando la scena, ma nessuno si era mosso in aiuto della donna e del ragazzo.

A quel punto si udì la voce del ragazzo del fast food che intimava all’uomo di lasciare la presa e di levarsi dai coglioni e che, probabilmente, alla fermata che stava per arrivare, sarebbe salita la polizia.

L’uomo lasciò di colpo il braccio e appena vide la fermata e le porte aprirsi, scappò giù dal treno velocemente, lanciando improperi e minacce verso il trio, finché la sagoma non scomparve ai loro occhi.

La donna si accovacciò a terra mettendo la testa tra le ginocchia, tenute strette dalle braccia. Qualcuno aveva fatto scattare l’allarme del treno. I due ragazzi si scambiarono un cenno e si avvicinarono alla donna per aiutarla a tirarsi su e tranquillizzarla. Lei li abbracciò e li ringraziò.

Lo sguardo del ragazzo del fast food cadde verso l’anziana, che ora li stava osservando con una punta di stupore e probabilmente di vergogna. Ah, le apparenze…

Arrivò la polizia e i due ragazzi scesero insieme alla donna maltrattata, per testimoniare, in commissariato, l’episodio di violenza a cui avevano assistito.

Dopo aver ascoltato il racconto della donna, ex compagna del fuggitivo, e la dinamica della violenza, i ragazzi rilasciarono la loro versione dei fatti e, una volta saputo che il violento era stato trovato e fermato dagli agenti, uscirono dal commissariato per tornare verso casa, accompagnati dai ringraziamenti e la riconoscenza della giovane donna, ma anche di tutti gli agenti presenti. Vennero anche intervistati da una giornalista del Corriere della Sera che si occupava di cronaca locale.

Si ritrovarono in strada che oramai era tarda notte. Si incamminarono a piedi verso casa per risparmiare i soldi del Taxi: entrambi dovevano fare più o meno la stessa strada, abitando uno in zona Primaticcio e l’altro in zona Inganni. Iniziarono a raccontarsi le loro vite, in una Milano ancora avvolta nell’onirico mondo notturno.

Paolo era sì originario del Senegal, ma era nato e vissuto in Italia. Suo padre ricopriva un ruolo istituzionale importante per l’ambasciata senegalese in Italia. Tutto ciò gli aveva permesso di frequentare buone scuole e di poter avere un appartamentino tutto per sé. Si era appena iscritto all’università, dove frequentava il terzo anno di Scienze politiche. Era anche un discreto boxeur. Era fidanzato con Giulia, una vera “milanese imbruttita doc”.

Gianluca gli raccontò, invece, di aver lasciato Giurisprudenza al secondo di molti secondi anni, dopo aver più volte rimandato gli esami, e di lavorare presso un triste fast food in centro da due anni, aggiungendo di non avere ancora capito bene cosa fare della sua vita. Lavorava, aveva un monolocale in affitto, non aveva al momento nessuna fidanzata ed essendo appassionato di cinema, passava molto del suo tempo libero all’interno di sale cinematografiche, talvolta in compagnia e talvolta solo. Insomma, una vita totalmente diversa da quella del suo compagno di nottata.

Poi si scusò con Paolo per le parole dell’anziana megera e per non aver avuto il coraggio di intervenisse per stoppare quello sproloquio indelicato e offensivo. Ebbe anche il coraggio di dirgli che l’ingiustificata paura della signora insieme al suo sguardo arrabbiato, per un attimo, un solo maledetto attimo, gli aveva fatto pensare che forse sarebbe stato meglio, stare alla larga da lui. vergognandosi subito dopo.

Paolo gli sorrise e gli diede un piccolo pugno sulla spalla. Ammise, fissandolo un po’ a muso duro, chi aveva rischiato di prendersi un pugno era proprio lui: alla signora dalla lingua velenosa non l’avrebbe mai tirato. Gianluca si preoccupò e non riuscì a tenere lo sguardo sul volto severo di Paolo.

Dopo un attimo di silenzio, il nuovo amico scoppiò a ridere in maniera fragorosa, abbracciandolo mentre lui lo guardava esterrefatto. Stava scherzando, ma il suo scherzo aveva colto nel segno facendo sprofondare sotto le scarpe, la già labile stima che aveva di sé stesso in quel momento il buon Gianluca, cresciuto nei centri sociali e portato alla tolleranza verso tutto e tutti.

Paolo disse che ogni tanto qualcuno usciva con quel tipo di esternazioni e luoghi comuni sugli immigrati e sugli extracomunitari. A volte rispondeva per le rime, a volte lasciava correre e altre volte gli era capitato di doversi difendere facendo a pugni. Continuava a sperare che la situazione verso gli stranieri giunti in Italia e verso chi, figlio di immigrati, era nato nel “belpaese” potesse cambiare. Aggiunse che il fatto di essere in strada a quell’ora di notte a passeggiare con lui e discutere di questa tematica era già un piccolo passo. Ma una cosa rimaneva che lo faceva incazzare: la frase sulla puzza di aglio.

Quella sera si era recato con alcuni compagni di università a mangiare in un ristorante indiano e l’odore di aglio gli era rimasto impregnata sui vestiti.

Ma quello che non capiva di quella stronza di signora, era il fatto che il suo odore non gli andasse bene, mentre quello di Gianluca che sapeva di fritto e di cheesburger merdoso invece gli andasse a genio. Non se ne capacitava proprio…

Scoppiarono a ridere mentre l’alba cominciava a intravedersi timidamente.

Quella notte, nonostante le apparenze iniziali, divennero amici. Amici per la pelle.

Rocco Carta

Immagine: Paolo Mansolillo

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