Educativa di strada

educativa di strada

INTRODUZIONE

Educare. Ex-ducere. Portare fuori. L’educazione è un infinito campo di intervento, in cui l’obiettivo principale è far emergere risorse. Non è sempre semplice trovarle, queste risorse. Spesso si annidano nei meandri delle vite vissute, dei dolori, della povertà, della sporcizia, della strada.

Il bravo educatore è colui che riesce a stare in mezzo a tutti questi odori e sapori, guardando fisso nel buio delle pupille doloranti di chi nemmeno è in grado di chiedere aiuto da solo, e afferrare uno straccio d’identità. Il tutto, talvolta, riportando a casa la pelle con cui si è usciti la mattina.

Un racconto denso e vibrante vi farà vivere le quotidiane emozioni di chi questo lavoro lo svolge per strada, al freddo delle periferie grigie ma piene di vita di una metropoli che chiede e raramente dona.

Buona lettura

Simona Martini

 “Ogni riferimento a fatti e persone,
è frutto della fervida e folle fantasia

dell’autore del racconto. Forse…”  

Sto per raccontarvi una storia. Una storia che ha a che fare con il mio lavoro. Tranquilli, non è una noia, non sarà una storia con tecnicismi o cose che solo chi lavora nel sociale può capire. Proprio per niente. Questa è una storia assurda, in qualche modo ironica e, per certi versi, per me che l’ho vissuta, anche un po’ inquietante. Ma cominciamo dalle presentazioni.

Mi chiamo Gianni, ho 38 anni, sposato e padre di un bimbo. Sono laureato in scienze dell’educazione e, come avrete capito, lavoro in una cooperativa sociale, svolgendo la mansione di educatore. Le mie giornate lavorative si dividono in due servizi specifici in cui opero: il lavoro a scuola e il lavoro nel servizio di assistenza domiciliare minori e diversamente abili.

 Il fattaccio che vado ora a raccontarvi ha a che fare con due miei utenti adulti che seguo, per conto del servizio sociale di zona. Prima di entrare nei particolari, ho bisogno di fare due precisazioni: non farò mai i nomi dei personaggi in questione per ragioni di privacy, ma li identificherò con dei soprannomi (la gente del quartiere gliene ha appioppati due, io ne userò altri); avrò bisogno di descrivervi il quartiere e alcuni personaggi e dinamiche che lo animano senza, anche in questo caso, nominare il luogo preciso o la città. Immaginatevi soltanto un qualsiasi quartiere periferico di una grande città d’Italia. Se siete pronti inizierei, illustrandovi quella che è la giornata tipo di un educatore.

Come tutte le mattine, la giornata di un educatore comincia prestissimo. Il suono della sveglia, almeno della mia, mi fa rinvenire dai sogni sempre alla stessa ora: le 6.20 del mattino, quando i rintocchi delle campane dell’intro di “Hells Bells” degli AC/DC mi svegliano, seguite dalla voce di Brian Johnson e dalle schitarrate di Angus Young.

Lo so, potrei svegliarmi con qualcosa di più delicato, che so, un brano di Elton John o magari di De Gregori, ma, al mattino, ho assoluto bisogno di una scarica di adrenalina. L’unica persona che non è d’accordo con la scelta di questo brano per la levata è mia moglie, che regolarmente mi manda a fanculo ogni mattina chiedendomi di sostituire il brano con qualsiasi cosa sia più tranquillo o, quantomeno, di fermare la sveglia prima possibile: non ama essere svegliata di soprassalto, oltre al fatto che potrebbe godere di un’altra ora di sonno, prima di iniziare la sua giornata.

Mi sveglio presto, perché la scuola in cui inizio la mia giornata lavorativa, alle otto del mattino, non è situata proprio dietro l’angolo e, nello stesso istante in cui, tutte le mattine, parto da casa, altri pendolari, operai, studenti e impiegati mi fanno una disgraziata compagnia nel tragitto che ci porta al lavoro. Il traffico, per ognuna di queste anime, è un pericolo costante sulla tabella di marcia. Una ripetizione giornaliera perpetua.

È dura alzarsi ogni mattina ed è altrettanto dura partire dalla periferia verso il quartiere dove è ubicata la scuola. È altrettanto difficile salutare moglie e figlio così presto, sapendo di rivederli solamente, se va bene, verso sera.

Un educatore ha una giornata lavorativa tipo di otto ore, con inizio tra le 7,30 e le 8 del mattino, con fine giornata collocata tra le 17,30 e le 18,30, sempre ammesso che non vi siano ore di supervisione o di équipe subito dopo. Ovviamente mi riferisco alla giornata di un educatore che non lavora in una comunità o in un CDD (centro diurno diversamente abili), dove orari e turni sono diversi e comprendono anche notti e festivi, nel caso delle comunità.

Ora, sono sicuro che starete pensando: “Ehi, questo qui fa l’educatore e non sa contare! Se inizia a quell’ora e finisce a quell’ora, non sono otto ore, sono di più. Che roba, questi ignoranti poi vanno a seguire addirittura i nostri figli a scuola!”. Lo so, ho un po’enfatizzato la vostra reazione, ma credetemi, sono convinto che, di questi tempi, qualcuno potrebbe pensarlo davvero.

Il punto è questo: la giornata di lavoro dovrebbe essere di otto ore, ma, tra spostamenti da una scuola all’altra, da un’abitazione all’altra, quando va bene nello stesso quartiere, spostandosi a piedi o con la propria auto, altrimenti attendendo i mezzi pubblici, alle volte con tempi di attesa biblici, per arrivare alle destinazioni designate, insomma, il tempo si dilata moltissimo. Non vi siete già stancati a leggere?

Ore che, l’esercito di colleghe e colleghi segnano in quelle splendide agende che noi educatori ed educatrici teniamo dentro capienti borse o meravigliosi zaini spacca-schiena. Fateci caso, giriamo tutti muniti così: un vero e proprio marchio di fabbrica. Così come un marchio di fabbrica, per noi educatori maschi, in una percentuale abbastanza alta, è avere la barba: incolta, trasandata o messa a punto oppure con il pizzetto. Credetemi, è un fattore che ci caratterizza e anche chi vi sta narrando questa storia è provvisto di una bella folta.

Torniamo alle ore di lavoro: le nostre giornate finiscono per essere di 10/12 ore.

“Be’ dai, non lamentatevi, tanto ve le pagano, vero?” Eh no! Ci vengono retribuite le ore in cui prestiamo servizio, gli spostamenti. Invece, quelle ore chiamate “buche”, nel senso che, tra un’ora e l’altra, siamo costretti a fare delle pause, magari non volute, quelle no.

Tuttavia, nonostante queste fatiche, devo proprio ammettere di fare un lavoro che amo davvero. Il mestiere, secondo la mia modesta considerazione, più bello del mondo.

Mi sono sempre ritenuto, poco umilmente lo ammetto, capace di buone doti empatiche e desideroso di lavorare a contatto con le persone. Sembrerebbe che queste doti, effettivamente, mi vengano riconosciute. Sì è vero, ho studiato e mi sono preso la laurea in Scienze dell’educazione, ma è anche vero che alcune capacità per svolgere questa professione le avevo proprio di mio, innate. Oh, scusatemi, ogni tanto divago sul personale, cazzo.

Riprendiamo il filo conduttore.  

Durante la mia giornata lavorativa, l’utenza che affianco varia di età. Nelle scuole, si va dai bambini della primaria, fino a quelli delle superiori, arrivando agli adulti nelle ore di assistenza domiciliare.

Si passa dal seguire bambini con disturbi dell’attenzione, iperattivi, con disturbi dell’apprendimento o disabilità motorie, all’adulto con problemi psichici o difficoltà deambulatorie, monitorando e occupandosi della gestione delle loro abitazioni, del modo di alimentarsi, della cura dell’igiene personale, dei farmaci, delle frequentazioni e del disbrigo delle pratiche burocratiche che da soli, faticherebbero a fare.

L’episodio che ora vorrei illustrarvi, fa parte proprio del lavoro che svolgo in assistenza domiciliare, altrimenti chiamata Adh.

Bene, è giunto dunque il momento di presentarvi i protagonisti di questa storia, di cui vi narrerò le gesta, usando i loro soprannomi: il Re e Kong.

Partiamo dal primo. Il Re è un uomo di quasi sessant’anni conosciuto da tutto il quartiere che gli ha rifilato questo soprannome, dopo averlo più volte sentito dichiarare di essere in grado di vivere come tale.

Viene seguito dagli psichiatri del CPS (centro psico-sociale) di zona, essendo affetto da un disturbo della personalità.

Dopo anni vissuti in un appartamento di un altro quartiere della città, viene sfrattato e, dopo varie peripezie, ottiene una casa popolare proprio in questo quartiere, dove non fatica a fare nuove conoscenze e ad attirare nuovi guai. È un uomo piccolo ma tarchiato, dotato di un tono di voce molto alto, che durante i momenti di rabbia amplifica ancor di più.

Vive da solo con la sua pensione d’invalidità cercando di sbarcare il lunario, andando in giro a raccattare tutto ciò di cui la gente si libera per andare a rivenderlo nei mercatini dell’usato o direttamente alle persone che incontra.

È sempre in cerca di compagnia, prevalentemente quella femminile, di cui si ritiene un grande estimatore. Crede inoltre di essere un fascinoso latin lover. Le donne, tutte le donne, secondo lui, farebbero carte false per avere un rapporto con il Re.

È dotato di una grande simpatia ed è capace di uscite che fanno ammazzare dalle risate, ma è anche un uomo molto fumantino: basta un niente per farlo esplodere e far iniziare una scenetta degna delle migliori tragedie napoletane e, in un quartiere come quello dove vive, è meglio, su certe sceneggiate, far calare il sipario velocemente. La gente del luogo lo conosce e tollera abbastanza questi suoi momenti, ma è meglio, comunque, non tirare troppo la corda.

A un certo punto viene preso in carico dal servizio sociale di zona che mi designa come suo educatore. Inizialmente costruire un rapporto con lui non è stato semplice. Il Re temeva che l’assistente sociale mi avesse mandato per controllarlo, riferendo tutto ciò che combinava durante le sue giornate. Questo in effetti corrispondeva un po’ alla verità: il mio compito era anche quello di monitorare il suo modo di vivere e aiutarlo a tenerlo lontano dai guai. Insomma, aveva paura, parole sue, che fossi uno “spione”.

Quando arrivavo a casa sua, spesso non si faceva trovare e, altre volte, chiamava la coordinatrice dicendole di avere un appuntamento e di avvisarmi che non l’avrei trovato. Normale routine. Tutti noi del mestiere conosciamo bene le resistenze e le difficoltà nel far accettare ad alcune persone la presenza di un estraneo presso il loro domicilio, all’interno delle loro vite solitarie o famigliari. Tuttavia non bisogna demordere, difatti alla lunga, dimostrandogli di essere lì soprattutto per aiutarlo a risolvere i suoi problemi e non per crearglieli, sono riuscito a conquistare la sua fiducia.

Il Re vive nello stesso condominio di Kong, l’altro personaggio che mi è toccato in sorte di seguire.

Kong, soprannominato così perché, secondo alcuni suoi amici poco raccomandabili del quartiere, somiglia alla lontana a uno scimmione fuggito dalla giungla, è un uomo di quarantotto anni, molto alto e corpulento, con lunghi capelli neri e brizzolati, nato in un paese del Sud da cui è emigrato in gioventù per “cercare fortuna”.  Fortuna che continua a cercare.

Appena giunto al Nord, non essendo capace nemmeno di leggere e scrivere, prima è stato sfruttato dai parenti che l’ospitavano e poi, con un bel calcio in culo, è stato sbattuto in mezzo alla strada, dove ha vissuto per numerosi anni la vita del senzatetto, vivendo fra mille difficoltà e iniziando ad avere alcuni problemi di salute che si porta ancora appresso. Tutto questo fino a quando un’associazione di volontariato non si è accorta di lui, inserendolo in una comunità dove è stato segnalato ai servizi sociali e al CPS dove viene seguito da uno psichiatra.

Grazie a questa svolta, Kong ha ottenuto una casa popolare e una pensione d’invalidità e ha cominciato una nuova vita.

Tuttavia per lui stare lontano dai guai, non è semplice. È un uomo solo e la ricerca di compagnia lo porta a rapportarsi con personaggi ambigui e più disperati di lui, che molto spesso si approfittano della sua generosità, facendogli sparire soldi o oggetti da casa. Inoltre, come il Re, è molto incline alla compagnia femminile ed è perennemente alla ricerca di una donna con cui condividere la vita. Purtroppo, finora, ha sempre trovato donne che l’hanno lasciato solo e con i loro debiti.

Come avrete notato l’amore è tutto ciò che cercano queste persone. Come noi, del resto.

È un omone davvero grosso. Vi assicuro che a guardarlo mette in soggezione, eppure lo fregano tutti. È, a discapito del suo aspetto fisico, un’anima ingenua.

Con lui non ho avuto difficoltà a entrare in empatia. È un uomo che non sapendo né leggere, né scrivere ha bisogno di essere supportato in molte faccende. Inoltre, essendo bisognoso di compagnia, si è affidato subito.

Kong e il Re, due personaggi soli e particolarmente manipolabili, presi di mira da altri soggetti disperati della zona, da cui spesso vengono trascinati all’interno di vicende che, talvolta, possono diventare pericolose. La presenza di noi educatori, custodi sociali od operatori del sociale, generalmente, mette in allerta i vari soggetti male intenzionati, anche se non è sufficiente a tenerli del tutto alla larga. Appena noi concludiamo i nostri servizi, queste persone rimangono sole con le loro fragilità, in balia degli eventi. Eventi che, nella maggior parte dei casi, diventano travolgenti direttamente sulla strada o nei bar, dove i due trascorrono la maggior parte delle loro giornate, in compagnia di tutto ciò che il luogo può offrire, legale e, purtroppo, anche illegale. Davvero, credo senza dovermi dilungare troppo, che non possiate davvero avere l’idea dei guai in cui si siano cacciati in questi ultimi anni e dei personaggi pazzeschi che ruotano intorno a questo duo. Per descrivere i vari eventi, mi occorrerebbero mesi e questo racconto diventerebbe un tomo lungo quanto l’intero “Signore degli anelli” di Tolkien.

Comunque, potete presumere, da queste poche righe descrittive sulla giornata di un educatore, quanto questo mestiere sia dinamico e versatile e dell’immensa pazienza che ci contraddistingue per affrontare le giornate e i casi che ci vengono affidati. Pazienza che guardata dall’esterno, a volte, ci fa attribuire un’aurea di santità non richiesta. È vero, siamo aperti, empatici e ci adoperiamo per favorire l’integrazione di soggetti con difficoltà, ma non siamo santi. Siamo, lavoratori, formati e pagati, neanche poi tanto, per svolgere questa professione e, talvolta quando giungiamo al termine della giornata, viviamo la difficoltà di staccare emotivamente dalle complessità affrontate. Normale quotidianità della vita da educatori!

Passiamo all’accaduto.

Quel giorno, avrei dovuto accompagnare il Re a fare la spesa. Avevamo appuntamento a casa sua, ma, in realtà, lo trovai che mi aspettava fuori dal bar davanti a casa. Appena mi vide arrivare da lontano, iniziò a chiamarmi urlando il mio nome, con tono d’aquila reale, facendomi subito capire di essere agitato e nervoso e facendo voltare verso di noi tutte le persone che stavano passando di lì. Mi avvicinai, chiedendogli di abbassare il volume della voce e domandandogli subito lumi su che cosa lo stesse agitando così tanto. Mi prese per un braccio, dopo avermi fatto segno con la mano di fare silenzio, accompagnandomi lontano dal bar. Indossava degli occhiali da sole in stile Blues Brothers e si muoveva tirandomi il braccio come fosse un agente segreto in incognito. Si fermò dietro l’angolo della via, dove probabilmente riteneva non dovesse sentirci e vedere nessuno.

Lo incalzai subito:

“Buongiorno eh! Mi dici per cortesia che cazzo sta succedendo?” – scusate il termine poco educativo, a volte occorre essere diretti

“Scusami Gianni, sono incazzato nero e devo raccontarti una cosa che ha combinato il tuo amico…”

“Il mio amico chi?”

“King Kong!”

“Che ha fatto?”

“Sono sicuro che è lui la persona che segnala le case vuote a quelli che le occupano abusivamente nel nostro palazzo! Stanotte l’ho visto scendere in cortile, mentre tre persona stavano sfondando la porta dell’appartamento al primo piano.”

“Sei sicuro di quello che dici? Lo stai accusando di una cosa gravissima!”

“Credimi cazzo! Era lì, parlava con quelli e l’hanno visto pure altri!”

Quello che il Re mi stava raccontando, era il presunto coinvolgimento di Kong nell’ occupazione abusiva di un appartamento sfitto nel loro condominio e della probabilità che, a segnalare l’appartamento agli occupanti o a quelli che gestiscono il racket delle occupazioni a pagamento, fosse stato Kong. Le occupazioni nelle case popolari del quartiere sono all’ordine del giorno. Come funziona?

Troppo spesso e, per lunghissimi anni, rimangono sfitti e inabitati numerosi appartamenti, nonostante richieste altissime da parte di famiglie e persone che ne avrebbero bisogno. Indubbiamente, nella maggior parte dei casi, sono appartamenti che andrebbero rimessi a nuovo e che lo stato di abbandono nel corso degli anni ha peggiorato il decadimento. Talvolta vengono occupati da persone stanche di aspettare una graduatoria che non si muove mai, non vedendosi assegnato l’appartamento tanto agognato. Spesso, invece, vengono adocchiati da chi gestisce una sorta di racket delle occupazioni. Questi personaggi si accorgono o vengono a conoscenza dell’appartamento sfitto e, nel giro di poco, previo pagamento da parte di chi desidera occuparlo, sfondano la porta facendovi entrare la famiglia o la persona che ne ha fatto richiesta. Una situazione che prosegue così da decenni.

Seguivo Kong da più tempo del Re. Era indubbiamente una persona capace di ficcarsi in parecchi guai e, indubbiamente, nella zona, era uno che conosceva parecchi personaggi pericolosi. Tuttavia, avevo sentore che quella volta non c’entrasse nulla e che il Re, uno che non era certamente uno stinco di santo e un paladino della legalità, avesse preso un abbaglio.

“Uhm, senti, cercherò di capire come è andata, chiedendo informazioni alla custode e ad altri vostri vicini, ok? Adesso che ne dici se andiamo a fare la spesa? Il tempo a nostra disposizione non è moltissimo e dopo devo andare da un’altra persona.”

“D’accordo. Io comunque ti dico che è stato lui e lo voglio denunciare!” Lo disse con una rabbia in corpo pazzesca.

“Riesci a mantenere la calma per cortesia?” Cercai di tranquillizzarlo. “Ti ho detto che mi informo e vediamo di capire come è andata. Ora andiamo per favore?”

“Va bene, ma devo passare da casa a prendere il carrellino della spesa.”

A quelle parole, pregai con tutto me stesso di non trovarci di fronte Kong davanti al portone. Visto il carattere già descritto del Re che pareva più agitato di altre volte, un incontro tra i due faceva temere il peggio.

Quello di cui il Re non mi aveva messo al corrente era che, tra i due, un piccolo scontro davanti al portone era già avvenuto. Con le accuse da parte di uno attraverso urla molto potenti e le minacce di mani addosso, se non la smetteva immediatamente, da parte dell’altro. Scontro sedato, dall’intervento del custode e di alcuni vicini.

Arrivati quasi vicino al portone, riconobbi, appoggiata ad una macchina, la sagoma di Kong mentre parla con un tizio. Le mie preghiere erano state inascoltate. Iniziai a contrarmi e irrigidirmi, cercando di non farlo notare al Re.

“Ehi, hai visto, c’è Kong? Riesci per favore ad ignorarlo così mentre vai su, magari ci parlo un attimo?” Quelle parole volevano essere il mio tentativo per evitare lo scontro. Parole inutili.

Il Re non ascoltò nessuna delle parole che avevo detto. Era rosso in faccia e a testa bassa come un toro che sta per incornare, partì alla volta di Kong, iniziando a urlare accuse, parolacce e insulti. Kong, invece, non si scompose e, rivolto verso di me con tono fermo e minaccioso mi disse: “Gianni portalo via, fallo sparire perché lo ammazzo. Mi sta rompendo i coglioni!” Finì quella frase con il tono in crescendo e le vene del collo che mi ricordavano quelle di Andrè the Giant, il famoso wrestrel francese di corporatura gigante. Faceva paura. Ora erano in molti affacciati alle finestre o sui marciapiedi a seguire la scena. La situazione stava diventando pericolosa.

Mi misi in mezzo, cercando di calmare la situazione e proteggere il Re. Se una delle grandi mani di Kong l’avesse colpito, l’avrebbe mandato sicuramente all’ospedale. Il Re continuava a urlare oramai davanti alla faccia di Kong che iniziava a mostrare davvero uno sguardo assassino.

“Allora la smettiamo?”, urlai con tutte le mie forze in mezzo ai due contendenti. Poi mi rivolsi a Kong: “Ti prego, lascialo perdere, lo calmo io.”

“Va bene, mi allontano solo perché me lo stai dicendo tu. Ma se oggi non la pianta, quanto è vero Iddio, gli faccio male.”

Kong attraversò la strada per recarsi verso il bar dall’altra parte della stessa, dove un capannello di curiosi stava osservando la scena. Tentai di trattenere il Re che continuava ad insultarlo, ma riuscì a divincolarsi e a raggiungere Kong urlando ancora più forte. A quel punto era finita. Vidi Kong, ormai quasi sul marciapiede del bar, alzare il braccio per caricare il pugno. Decisi di lanciarmi contro lui per cercare di fermarlo. Il pugno riuscì a sorpassare la mia spalla e colpì, grazie al mio intervento di deviazione, con meno forza, la spalla e non la faccia del Re. Spinsi Kong contro una macchina parcheggiata tenendolo per la giacca, mentre lui tentava di divincolarsi urlando parolacce e minacce a iosa al Re. A quel punto, senza che me ne accorgessi, due avventori magrebini del bar, amici di Kong, mi si avventarono contro cercando di staccarmi da lui.

“ Che cazo, stai faciendo? Metti giù mani da meo amicoo?”. Credo che uno dei due abbia detto pressappoco così.

“Non avete capito, io voglio solo calmare la situazione!” Provai a urlare alla volta dei due che mi avevano preso uno per un braccio e l’altro per il collo da dietro. Io non mollavo la presa, mentre il Re aveva smesso di urlare e si toccava la spalla allontanandosi centimetro dopo centimetro. Il colpo preso aveva sortito il suo effetto.

Ora, incredibilmente, ero io che rischiavo una selva di mazzate. Quando studiavo le teorie pedagogiche e psicologiche a Scienze dell’Educazione, ci avevano avvisati che, con alcuni utenti e in alcune situazioni, si poteva rischiare anche di prenderle. Solo che in quel momento la teoria stava diventando pratica e l’educatore stava rischiando molto.

Comunque, non ho mai scoperto se qualcuno avesse chiamato i carabinieri o se, per qualche santo in Paradiso, pattugliando la zona, una volante passò di lì in quel mentre. A quel punto mollai la presa dalla giacca di Kong e altrettanto fecero i due che mi stavano strattonando.

Il brigadiere scese dalla volante e, avvicinandosi a me, disse: “Che sta succedendo qua?”

“Buongiorno ora le spiego tutto!”, madido di sudore e col fiatone presi parola.

 Alle mie spalle, molte persone che fino a quel momento avevano assistito alla scena, alla vista della volante si erano dileguate. “Sono l’educatore inviato dai servizi sociali per seguire i due che stavano litigando” lo dissi provando un senso di vergogna: due miei utenti erano arrivati alle mani. Se avessi potuto li avrei strozzati!

Nel frattempo, il dinamico duo di facinorosi aveva iniziato un siparietto di baci e abbracci, sempre dietro le mie spalle e davanti al brigadiere e al suo collega, cercando di fare intendere che tutto era sistemato. Una sceneggiata patetica che non fece altro che accrescere la mia rabbia.

“Ora mi raccontate tutto. Nel frattempo, favorite i documenti.”

Il brigadiere e il collega presero i nostri documenti e quelli dei due che erano intervenuti a difesa di Kong. Io raccontai la mia versione dei fatti e subito dopo toccò a Kong e al Re.

Venne fuori che Kong seriamente era sceso in cortile quella notte, tra l’altro in pigiama, svegliato da una vicina di casa spaventata dal trambusto dei rumori di quella occupazione. Kong era sceso, cercando di capire cosa stesse succedendo, fino a quando, due personaggi, non gli avevano detto di andare a fare in culo, di farsi i cazzi propri e di tornarsene dritto a casa se non voleva guai.

Ovviamente né lui, né il Re, conoscevano o avevano mai visto prima di quella notte quei due.

Fatti i dovuti accertamenti e dopo aver chiesto un’ulteriore stretta di mano tra i due, il brigadiere e il collega se ne andarono. Mentre i fenomeni, come niente fosse, varcarono la porta del bar per bersi un caffè che il Re aveva intenzione di offrire a Kong. Il caffè della pace.

Rimasi un secondo incredulo a guardarli, mentre entravano nel bar. Poi a passo spedito e deciso a dirgliene quattro, entrai anche io.

“Gianni beviti un caffè anche tu con noi. Offro io!”, esordì il Re.

“Ma voi due pensate di cavarvela così?”, dissi alzando il tono della voce. Dalla porta del bar, udii una voce tonante e perentoria.

“Ma che minchiaaa combinate voi dueee?”

Kong e il Re, alla vista di quel personaggio e dell’uomo che lo affiancava, sbiancarono e abbassarono lo sguardo. Nel bar calò un silenzio irreale.

Voltandomi, mi trovai di fronte due figure uscite dai film di Francis Ford Coppola o di Martin Scorsese. Quello che aveva parlato era basso, parecchio basso. La sua corporatura un misto fra Joe Pesci e Danny De Vito. Indossava un cappotto color cammello con scarpe lucidissime. Risaltavano agli occhi catene d’oro, un Rolex che non escludo fosse vero e, sul dito medio della mano destra, un anello con il volto di una tigre, anch’esso dorato. L’intercalare della parlata era sicuramente siciliano. Pochi capelli in testa e il volto scavato, capace di incutere timore nonostante la statura.

L’accompagnatore era l’esatto contrario. Alto e piazzato: sicuramente era uno che faceva palestra o arti marziali. Indossava, nonostante la stagione invernale, solamente una maglia a maniche lunghe che metteva in risalto la muscolatura. I suoi occhi guardavano fissi tutti noi in maniera feroce e, sulla guancia destra, vi era una vistosa cicatrice che lo caratterizzava ancora di più. Non spiccicava una parola, si limitava solamente a coprire le spalle di quello che era evidentemente il suo capo. Un lungo brivido alla vista di questi due personaggi mi percorse la schiena.

“Ci fate portare via tuttiiii…” per accompagnare la parola tutti, mise l’intera mano con le dita bene aperte davanti alla faccia. Il significato era inequivocabile: ci fate arrestare tutti!

Cazzo, erano apparsi di fronte a noi, come usciti da un portale magico. Sono un ottimo osservatore, nel lavoro educativo l’osservazione è fondamentale. Eppure, nonostante questa dote mi venga riconosciuta da molti, io questi due non li avevo mai visti, sebbene fossero due tipi che non passavano di certo inosservati. Da dove diavolo fossero sbucati e come abbiano fatto a non colpire i miei occhi rimane un mistero.

Dopo quella frase, la coppia era rimasta in silenzio guardando in cagnesco solamente il Re e Kong. I due erano rimasti continuamente a testa bassa, non cercando mai il loro sguardo. Mi feci coraggio e decisi, con un groppo alla gola e un po’ di timore, di intervenire.

“Scusate, hanno avuto un momento di scontro. Comunque mi pare che ora sia tutto a posto. Garantisco che non…”

“Shhhh! Non ti preoccupare. Sappiamo che non è colpa sua. Lei non centra nulla. Sappiamo benissimo chi è e cosa fa con loro!” Quelle parole mi crearono un’ansia pazzesca. Io non li avevo mai visti e loro, invece, sapevano benissimo chi fossi. Era ufficiale, mi trovavo all’interno di un film di Scorsese o di Mario Merola, fate voi. “Sono ‘sti due stronzi che ora mi devono guardare negli occhi, scusarsi e promettere di non farlo mai più. Alzate lo sguardo!”

Kong e il Re alzarono lo sguardo che era oramai uno sguardo mortificato e preoccupato. Due bambini, sembravano due bambini di fronte alla madre che li sgridava per una marachella appena combinata. In quell’istante provai tenerezza per quei due che, fino a venti minuti prima, avrei strozzato. Risposero all’unisono: “Promettiamo di non farlo mai più!”

“Bene. Come sapete, noi qui lavoriamo e non dobbiamo essere disturbati dai carabbinieri chiaro?” Carabbinieri con due b. “Ora bevetevi il vostro caffè e sparite che per un po’ non voglio vedere in giro le vostre brutte facce, capito?”

“Capito!”, rispose il Re

“Fate i bravi e chiedete scusa a questo signore del Comune che lavora per voi. Gli avete fatto fare una figura dimmerda esaggerata!” Incredibile, gli stava facendo la morale e gli stava facendo pagare dazio per avermi coinvolto nel loro scontro. Continuavo a domandarmi dove fossero le telecamere. Dovevo trovarmi per forza all’interno di una candid camera.

“Scusa Gianni!”. Scuse fatte in coro.

Il Boss e il suo scagnozzo ci rifilarono un’ultima occhiata e, così come erano arrivati, uscirono dal bar e sparirono senza salutare nessuno.

I volti di Kong e il Re iniziarono a rilassarsi. Io, invece ero teso come una corda di violino. In testa avevo un po’ di domande da porre ai due fenomeni che stavano gustando il loro caffè, così come se non fosse successo nulla. Prima, però, avevo assoluto bisogno di calmarmi. Che cazzo di situazione! Ma, soprattutto, chi erano quei due? Cosa avevamo rischiato tutti?

“Allora Gianni, andiamo a fare la spesa?” Il Re spezzò i miei pensieri.

“Dico due cose a entrambi: la prima volta che vengo da voi, facciamo i conti. È ovvio che, di quanto accaduto stamane, dovrò mettere al corrente l’assistente sociale…”

“Ma no dai…”, provò a intervenire Kong

“Sto parlando io!”, lo interruppi con tono deciso. “Ora devo andare da un’altra persona. Dal momento che vi vedo belli tranquilli, direi che posso tranquillamente andarmene. Caro Re, la spesa magari la facciamo domani. Passate una buona giornata!”

Mi guardarono uscire senza proferir parola. Appena fuori dal locale, chiamai immediatamente la coordinatrice per raccontare l’accaduto e i rischi corsi. Lei mi chiese se mi sentivo di continuare a lavorare, avendo percepito dalla mia voce una certa agitazione. Risposi che volevo continuare la giornata e mi congedò, ricordandomi l’appuntamento serale con la riunione di équipe, dove avremmo potuto sicuramente tornare sull’argomento.

Nel tragitto che mi portava dal successivo utente, cercai di calmarmi ascoltando un po’ di musica dal mio I-pod, fedele compagno di viaggio e di spostamenti sui mezzi. Staccai la spina da quanto accaduto in quelle ore e iniziai a programmare ciò che dovevo fare a breve.

Alla sera arrivai alla riunione d’équipe, dove raccontai, per filo e per segno, tutto quello che era avvenuto quel giorno. I colleghi e le colleghe presenti ascoltavano l’accaduto con molta attenzione anche se, in molti punti della mia narrazione, ridevano con la pancia in mano.

‘Sti stronzi! Avevano ragione. Per quanto fosse un episodio che, in qualche modo, mi aveva inquietato, era pur vero che aveva delle note di esilarante comicità. Una collega mi disse che avevo fatto un grandissimo intervento di “educativa di strada”, salvando l’utente più fragile fisicamente da una reazione violenta da parte dell’antagonista e cercato di tranquillizzare il boss arrivato all’improvviso. Anche se, la descrizione dello stesso boss, l’aveva fatta ammazzare dalle risate. In effetti, sdrammatizzare con loro mi fece davvero bene.

La stessa reazione al racconto l’ebbe mia moglie quella sera e, da quel momento, l’episodio divenne un cult da raccontare di tanto in tanto, durante le serate con parenti e amici.

Nei giorni successivi, mi recai a lavorare dai due personaggi a cui avevo destinato, a ognuno, una delle mie proverbiali ramanzine lunghe e spaccaballe, giunta dopo la chiamata dell’assistente sociale che li ammoniva e li invitava a un comportamento più consono e a non far rischiare la pelle al povero educatore in servizio. Ovviamente chiesi ad entrambi lumi su chi fossero i due intervenuti nel bar. La loro risposta si limitò solo a poche parole: “Gente pericolosa di cui è meglio non sapere.”

Eh, ‘sti cazzi! Questo l’avevo capito anche io.

Comunque, nelle settimane successive, girando nel quartiere, cercai di individuarli, ma, esattamente come non li avevo mai visti prima dell’incontro nel bar, rimasero mimetizzati e invisibili ai miei occhi.

Un giorno, dopo alcuni mesi, mentre mi trovavo seduto al bar con Kong, ecco che dall’entrata apparirono il boss e il suo guardaspalle.

Osservarono la situazione all’interno del bar, senza degnarci neanche di uno sguardo e ordinarono i caffè. In qualche modo, a quella vista, sia io che Kong ci agitammo. A un tratto, il piccoletto si girò e ci squadrò sorridendoci e iniziando a parlarci dal bancone del bar:

“King Kong come stai? Ragazzo sta facendo il bravo?”

“È bravissimo ultimamente.” Risposi ricambiando il sorriso. In quel momento dovevo davvero avere una faccia da ebete tremenda.

“Ragazzi mi fate spazio che mi siedo con voi?”. E adesso questo che vuole?

“Prego, prego accomodatevi”. Kong si alzò e in maniera ossequiosa si procurò due sedie creando spazio sul tavolo.

Si venne a sedere solamente Il boss, il guardaspalle uscì fuori a fumarsi una paglia e a controllare la situazione. Sembrava un tipo in costante tensione e concentrazione.

“Mi rivolgo a lei ragazzo. Come si chiama?”

“Mi chiamo Gianni”. Ma non era quello che sapeva tutto di me?

“Come ammiro la sua pazienza. Lavorare con questi pazzi mica è facile. Voi del Comune siete dei santi. Vero Kong?” Chiuse la frase, rifilando a Kong una pacca sulla schiena che lo fece sobbalzare.

“Ma no, è il mio lavoro, normale amministrazione.” Che cazzo di risposta stupida. Ero troppo agitato.

“Passiamo al dunque. Ho bisogno di chiederle un’informazione. Voi del Comune sapete sicuramente come aiutarmi.” Oddio, che cosa vuole?

“Mi dica, se posso…”. Muovevo le gambe sotto al tavolo senza riuscire a fermarle

“Mia madre è invalida sulla sedia a rotelle. La faccio seguire da una bella e brava ragazza brasiliana…” Mentre nominò la nazionalità della ragazza, sorrise facendo l’occhiolino a Kong “…che la segue in tutto, notte e giorno. Quello che voglio sapere, è come cazzo devo fare a fare la domanda di invalidità e a chi mi di devo rivolger. Può darmi un consiglio Gianni?”

“Certo, ora le spiego come fare…”

Tirai un sospiro di sollievo. Temevo chissà cosa potesse chiedermi e, magari, con una risposta negativa, di offenderlo. Invece mi aveva chiesto informazioni, su quello che in teoria è il mio pane. Avevo bene in mente che, un personaggio del genere, avrebbe fatto fatica a tirar fuori tutta la documentazione necessaria e l’eventuale dichiarazione dei redditi ufficiale del suo nucleo famigliare o, forse, era solo un mio pregiudizio. Magari aveva tutto in regola. Chissà?

Cominciai ad elencargli tutto quello che sarebbe servito per far partire l’iter, mentre lui ascoltava attentamente. Mi ero tranquillizzato.

Alla fine mi stava chiedendo ciò che spesso mi chiedevano altri. In quel settore della zona, molti sapevano chi fossi, chi seguivo e spesso si avvicinavano a chiedere informazioni su come farsi seguire dal servizio sociale, su come avere l’assegno di disoccupazione, come chiedere il servizio pasti del Comune, come muoversi per avere un sostegno economico e via così.

È una parte del mio lavoro che mi è sempre piaciuta partire dal “semplice” intervento educativo individuale per diventare una sorta di “educatore di quartiere”. Un servizio da svolgere effettivamente in strada, in mezzo alle persone.

“Questo è quello che dovrà fare per sua mamma”

“Grazie! È stato davvero molto gentile. Ma lei crede che a mia mamma daranno l’invalidità?”

“Questo non lo so. Ma da quello che mi ha accennato, direi che potrebbe avere delle ottime possibilità”

“Grazie assai! Posso offrirle da bere? Che so una birretta, uno spumantino…” Ora perfino il suo guardaspalle mi guardava ammirato

“No, la ringrazio, quando sono in servizio non bevo mai”. Oramai facevo il brillante

“Uè, uè, come i carabbinieri!”. Scoppiò in una risata fragorosa, rifilando un’altra manata sulla schiena del povero Kong.

“Voi del Comune siete dei santi, dei bravi guaglioni…”. Avevo la tentazione di spiegargli che non ero del Comune, che lavoravo per i servizi sociali del Comune attraverso una cooperativa. Decisi di desistere da quell’impresa. “Vabbuò, vi saluto e vi ringrazio ancora. Gli affari chiamano! Per qualsiasi cosa, signor Gianni, sono a sua completa disposizione.” Si alzò dandomi la mano e facendo finta, con l’altra mano, di tirare una sberla a Kong, facendolo ritrarre sulla sedia.

“Lo terrò presente!”. Mentivo spudoratamente, non avrei voluto avere nulla a che fare con quel tizio. “Buona giornata”.

Anche stavolta, i due tizi uscirono dal bar e sparirono. E io e Kong tornammo alle nostre faccende.

Non ho più incontrato i due personaggi e, dopo parecchi anni, ho passato come la prassi vuole ad altri colleghi il dinamico duo di scapestrati.

Io? E che ve lo dico fare, mi son buttato in altre incredibili avventure, incontrando nuovi personaggi e nuove situazioni. Del resto, per il mestiere di educatori, bisogna essere pronti e preparati ai cambiamenti sempre.

E noi che svolgiamo questa professione, parafrasando John Belushi e Dan Aykroyd, ovvero i fratelli Elwood del film Blues Brothers, “siamo nati pronti!”

*Questo racconto lo voglio dedicare a tutte e tutti le colleghe e i colleghi che svolgono questa professione e, in generale, a tutte le persone che si occupano di sociale. 

* Un ringraziamento speciale a Simona per l’introduzione e per come continua a spronare e ad avere fiducia, nelle capacità narrative del sottoscritto.

Rocco Carta

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