Uscita di scena


L’ultimo atto è cruento,

per quanto bella sia la commedia in tutto il resto;

alla fine, ci gettano un po’ di terra sulla testa, ed è finita per sempre.

Blaise Pascal

Devo prepararmi per il suo ultimo atto, la sua uscita di scena.
Sarò sotto i riflettori tutto il tempo: la gente che arriverà a rendergli omaggio mi osserverà, mi dirà parole di circostanza, per cercare di consolare la povera vedova rimasta sola e lo piangeranno. Alcuni senza neanche averlo conosciuto sul serio.
Consolarmi? Tutte quelle persone avrebbero dovuto supportarmi in tutti questi anni di matrimonio, altro che consolarmi ora!
L’altro giorno la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Lui era stato investito mentre attraversava la strada e versava in gravi condizioni presso l’ospedale di zona.
Mi stavo asciugando dopo aver fatto la doccia, quando il cellulare si era messo a squillare. Dopo aver appreso la notizia, sono rimasta per qualche minuto in silenzio, pensando quasi fosse un suo stratagemma per tirarmi fuori di casa e potersi trovare faccia a faccia con lui. Comunque mi sono fidata del mio istinto: ho deciso di vestirmi in fretta e di recarmi all’ospedale.
Quando sono arrivata aveva già esalato l’ultimo respiro. Il medico mi ha raccontato, nel dettaglio, quali fratture gli avevano fatto perdere la vita. Mi girava la testa e mi veniva da vomitare. Il fato, il destino, che scherzi che giocano!
Quella sera lui sarebbe rincasato e avrebbe dovuto capire, una volta per tutte, che non sarei stata più una sua proprietà.
Erano giorni che mi tormentava con svariate telefonate a tutte le ore del giorno e anche della notte, implorandomi di tornare di nuovo insieme, alternando frasi smielate a minacce sempre più pesanti.
Faceva appostamenti sotto casa dei miei, dove per il momento ero tornata a vivere. I miei cari avevano paura e temevamo il peggio. Mi invitavano a stare attenta e a lasciare perdere di provare a rientrare a casa per recuperare i miei effetti personali. Era, per loro, troppo pericoloso e inoltre l’avrebbe fatto arrabbiare ancora di più.
Tutte le mie cose, i miei ricordi, i miei vestiti, pezzi di vita insomma, erano ancora nella casa in cui avevamo deciso di vivere. Da quando avevo deciso di andarmene, non vi avevo più messo piede.
L’avevo liquidato, dopo averlo denunciato per violenza domestica.
L’avevo perdonato troppe volte, gli avevo creduto, confidavo che sarebbe cambiato. Invece avrei dovuto andarmene al primo insulto, non avrei dovuto permettergli di arrivare neanche al primo schiaffo.
Maltrattata, derisa, offesa ogniqualvolta provavo a fare qualunque cosa non gli andasse a genio.
Le decisioni sulla nostra vita le doveva prendere rigorosamente lui. Ero e dovevo rimanere nelle sue mani. Una marionetta da manovrare a suo piacimento.
Non riuscivo ad uscire da quella situazione. Avrei voluto, ma avevo troppa paura.
Le poche persone a cui avevo raccontato quanto mi stava accadendo, invece di invitarmi ad andarmene da quell’orco, mi dicevano di resistere e mi invitavano a cercare di restargli accanto, in nome di quello che comunque era stato un grande amore.
Amore, ma come si fa a chiamare amore una relazione dove esiste un padrone della vita dell’altro? Un padrone che presenta sempre un conto spietato e salato.
Andò così fino a quando, una sera, in cui lui si trovava fuori con i suoi colleghi di lavoro, andai a partecipare ad un incontro sulla violenza di genere, tenuto da un’associazione del quartiere.
Alla fine di quell’incontro avevo già le idee molto chiare: parlare con le professioniste che avevano gestito quella serata mi aveva smosso e fornito molti suggerimenti e, finalmente, le parole che avevo bisogno di sentirmi dire. Non sono rientrata nemmeno a casa: dritta dai carabinieri sono andata.
Quando era rientrato a casa non mi aveva trovata, ma una telefonata lo aveva invitato a recarsi al commissariato.
Era rimasto attonito, ferito nell’orgoglio. Quella donna che lui, per insultarla e umiliarla, apostrofava come piccola e insignificante, incapace di avere una reazione vera, invece ce l’aveva fatta. Lo aveva colpito duro. Un montante metaforico in pieno volto, da cui per qualche giorno non era riuscito ad alzarsi. Non se l’aspettava.
Ma non rimase fermo e tranquillo, come già vi ho spiegato. La denuncia e quelle successive non lo avevano del tutto arginato. Rimaneva guardingo, in attesa di poter attaccare alla prima occasione.
Era furibondo oramai, non aveva nessuna intenzione di rendermi le mie cose. Aveva giurato che, se avessi messo piede in casa per riappropriarmene, mi avrebbe uccisa! Credetemi, ne sarebbe stato in grado.
Ma non importava: quella mattina, accompagnata da mia sorella e da un amico, sapendo che lui si trovava al lavoro, mi sono recata a recuperare tutto ciò che mi apparteneva. Questa cosa l’avrebbe fatto infuriare e, sicuramente, agire in qualche modo. Nessuno doveva o poteva ferire ulteriormente il suo orgoglio, non ubbidire a un suo comando. Io men che meno…
Ed ora guardalo lì, freddo, inerme, fa quasi pietà. Ma a me no!
Stanno chiudendo la bara, l’ultima volta che mi trovo costretta a stare faccia a faccia con lui. Vedo la gente che mi guarda e bisbiglia. Staranno pensando: “Guarda che forza, non versa neanche una lacrima”.
Lacrime a causa di quell’uomo ne ho versate tante.
Ora, provo solo uno sconforto dentro di me per non averlo lasciato prima, per avergli permesso di maltrattarmi per troppo tempo. Per avermi tolto la mia aria, per avermela fatta respirare inquinata per tutti questi anni.
Il corteo funebre si muove verso la chiesa dove si terranno le esequie.
Mi allontano dal carro funebre: la gente che accompagna la salma mi guarda basita, i suoi parenti, e anche i miei, mi guardano con un misto di disprezzo i primi e di stupore i secondi. Non me ne curo e continuo ad avanzare verso una rapida via di fuga.
Un signore che non avevo mai visto prima mi si avvicina mentre cammino, cercando di mettere più distanza possibile tra me e quel circo. Si avvicina e mi chiede se va tutto bene, se ho bisogno di qualcosa e mi indica la direzione del corteo.
Rispondo che è tutto ok, che la mia direzione è opposta alla loro e continuo sui miei passi, lasciandolo basito e incredulo per la mia risposta.
Respiro a fondo, aria pura. Finalmente ritorno a respirare.
Rocco Carta

Già pubblicato in data 25/11/2016 su: Psicoterapiaimmaginativa.com

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