Adoro il cielo sopra i tetti
quando la sera scioglie il giorno
e l’ultima luce si posa sulle case
come una carezza che vuole cullare il mondo.
Adoro le vite che si sfiorano
nel breve intervallo del ritorno:
i bambini che rincorrono la strada,
gli uomini e le donne che portano a casa
la stanchezza, i pensieri,
il desiderio silenzioso di riposare e le lasciano al di fuori della loro porta.
Mi piace pensare
che dietro ogni finestra accesa
ci sia qualcuno che aspetta,
una voce familiare,
un posto a tavola,
una ragione, anche piccola,
per sentirsi a casa.
Adoro le rondini,
che scrivono partenze nel cielo
e tornano senza promettere nulla,
se non la fedeltà misteriosa
di ciò che continua a rinascere.
Adoro gli aironi,
la loro eleganza assorta,
il modo in cui affidano le ali
alla distanza.
E le foglie,
che prima di lasciare i rami
indossano tutti i colori del commiato,
come se anche la fine
potesse conoscere la bellezza.
Adoro il mattino,
la sua aria ancora intatta,
la frescura che entra dalla finestra
e trova il mio sonno a metà strada
tra ciò che ero
e ciò che sarò.
Adoro gli abbracci.
Quelli che stringono il corpo
e quelli che non hanno braccia,
ma sanno raggiungerci lo stesso:
una parola arrivata al momento giusto,
un silenzio che non ci abbandona,
una presenza capace di restare
senza chiedere spiegazioni.
Adoro due anziani
che camminano tenendosi per mano.
In quel gesto, così semplice,
c’è tutto ciò che vorrei sapere dell’amore:
non la promessa di non perdersi mai,
ma la scelta, ogni giorno,
di cercarsi ancora.
Adoro la corsa di un bambino
verso chi lo aspetta all’uscita da scuola,
quella fiducia assoluta
con cui attraversa pochi metri
come se il mondo intero
fosse un luogo sicuro.
E adoro una canzone,
la prima nota di un tempo lontano,
quando la memoria apre una porta
che credevamo murata
e ci restituisce, per un istante,
il volto di chi eravamo.
Adoro il fruscio di un vinile,
la pazienza di chi posa la puntina
e lascia che la musica accada,
senza saltare al ritornello,
senza chiedere alla bellezza
di arrivare più in fretta.
Adoro le sale buie del cinema,
il sipario che si apre,
le storie che ci prestano altri occhi
per guardare il mondo
e forse, tornando a casa,
per guardarlo un po’ diversamente.
Adoro chi non ha smesso
di interessarsi alle cose di tutti,
chi sa che la vita pubblica
non è una faccenda lontana,
ma il luogo fragile e necessario
in cui il destino di ciascuno
incontra quello degli altri.
Adoro chi ascolta.
Chi non prepara una risposta
mentre tu stai ancora cercando le parole.
Chi ti guarda negli occhi
e non ha fretta di riempire il silenzio.
Adoro chi legge in metropolitana,
chi apre un libro su una panchina
e, per qualche pagina,
si sottrae al rumore del mondo
senza smettere di viverlo.
Forse è questo che amo:
la resistenza gentile
di chi non si lascia portare via
dalla fretta,
dall’indifferenza,
dall’abitudine di passare oltre.
Perché il mondo non è fatto soltanto
delle grandi cose che accadono.
È fatto anche di ciò che quasi nessuno vede:
una mano che cerca un’altra mano,
una porta tenuta aperta,
un volto che si illumina,
qualcuno che rimane
quando sarebbe più facile andarsene.
E allora adoro pensare
che nessuna vita sia un’isola,
che ogni esistenza tocchi un’altra esistenza
in un punto che forse non conosceremo mai.
Che siamo parte di un disegno
di cui ignoriamo la figura,
fili dispersi sul rovescio di una trama,
intenti a credere che tutto sia casuale,
mentre, senza saperlo,
stiamo componendo qualcosa insieme.
Non so se il mondo abbia un ordine,
né se ogni dolore trovi un senso,
né se alla fine le cose
sappiano ricomporsi da sole.
So soltanto che vorrei
non diventare indifferente.
Non imparare a guardare senza vedere,
ad ascoltare senza sentire,
a vivere senza accorgermi
di essere vivo.
Vorrei conservare lo stupore
per le cose che non fanno notizia,
la fiducia ostinata nei gesti gentili,
il coraggio di credere
che la bontà non sia una debolezza
e la speranza non sia un’ingenuità.
Perché, se c’è qualcosa
che adoro più di ogni altra cosa,
è questa ostinazione del cuore
a immaginare ancora
un mondo migliore.
Non un mondo perfetto,
ma un mondo più umano.
Dove nessuno debba vergognarsi
della propria fragilità,
dove la dignità non sia un privilegio,
dove impariamo, finalmente,
che prenderci cura degli altri
è anche un modo
di prenderci cura di noi.
E se davvero siamo parte
di un disegno più grande,
vorrei che il mio piccolo tratto
fosse questo:
aver guardato il cielo,
aver riconosciuto la bellezza,
aver amato senza troppo rumore,
aver lasciato, dove potevo,
un poco di luce.
Perché verrà pure la sera,
le rondini ripartiranno,
le foglie si staccheranno dai rami
e molte cose amate
diventeranno ricordo.
Ma finché sapremo fermarci,
tenderci la mano,
ascoltare una canzone
come fosse la prima volta,
ci sarà ancora qualcosa
che merita di essere salvato.
E io, di questo mondo imperfetto,
delle sue ferite e delle sue meraviglie,
della sua bellezza che resiste
proprio dove sembra più fragile,
io adoro ancora tutto ciò
che ci rende umani.
E non voglio smettere.
Rocco Carta


