Care colleghe educatrici e cari colleghi educatori,il mio modo di raccontare la nostra professione.

Care colleghe educatrici e cari colleghi educatori,
amo scrivere, amo narrare, amo creare storie e personaggi.

E spesso le storie che ho creato sono diventate uno strumento per provare a raccontare la nostra professione: i nostri agiti, gli obiettivi, i risultati e i successi, ma anche le fatiche, le sofferenze, i mancati riconoscimenti e, perché no, anche i fallimenti.
Perché la nostra è una professione fatta di mille sfaccettature.

Ci sono le competenze, gli anni di studio, la formazione che ci prepara e ci accompagna all’inizio del nostro percorso. E poi c’è il lavoro quotidiano, quello che si costruisce attraverso l’empatia, l’esperienza, l’ascolto e modalità di agire che non possono essere identiche per tutte e tutti.
È un lavoro difficile. È complicato.

Ed è un lavoro che rischia davvero di scomparire se non si affrontano e si risolvono le tante, annose problematiche che lo stanno mettendo in difficoltà.
E tutto questo fa male.

Ma c’è anche un’altra cosa che possiamo e dobbiamo fare: raccontare.
Raccontare ciò che facciamo. Raccontare il nostro agire. Raccontare quanto di bello, importante e prezioso ci sia nel lavoro educativo.
Perché se vogliamo che questa professione venga sempre più valorizzata e riconosciuta, dobbiamo anche farla conoscere.
Io provo a farlo attraverso le storie.

Ogni tanto, pur continuando a tenere ben presente il focus sulle battaglie da portare avanti, sulla precarietà e sulle problematiche che riguardano il nostro mestiere, sento il bisogno di parlare a chi magari di educazione professionale sa poco o niente.

E provo a farlo nel modo che mi è più congeniale: attraverso una narrazione semplice, accessibile, fatta di storie e personaggi.
È il mio modo.

Non è certamente l’unico modo e, probabilmente, non è nemmeno il modo migliore. Ma è il mio.

E proprio nel raccontare faccio sempre molta attenzione a una cosa: non far passare mai l’idea che il nostro lavoro sia una missione.
Quella parola non mi piace.
Perché non siamo missionari.
Siamo professionisti e professioniste.

Abbiamo studiato, ci siamo formati, continuiamo a formarci e mettiamo competenze, responsabilità e professionalità al servizio delle persone.
E per questo il nostro lavoro deve essere adeguatamente retribuito, riconosciuto e rispettato.

Dobbiamo far capire, una volta per tutte, che dietro il lavoro educativo ci sono professionisti formati per svolgerlo.
Quindi sì, continuiamo a parlare delle difficoltà.

Continuiamo a denunciare la precarietà, i mancati riconoscimenti, le condizioni di lavoro e tutto ciò che non funziona.
Continuiamo a portare avanti le nostre battaglie.

Ma, nel frattempo, raccontiamo anche chi siamo.
Raccontiamo cosa facciamo.
Raccontiamo perché il nostro lavoro è importante.
Perché anche questo è davvero, davvero troppo importante.

Rocco Carta

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