Faccio l’educatore

Faccio l’educatore.
Lo dico così, senza aggiungere troppo. Perché a volte le parole più semplici sono quelle che hanno bisogno di più tempo per essere raccontate.

Educatore è un lavoro strano.
Non costruisci case, non aggiusti automobili, non produci oggetti da mettere su uno scaffale alla fine della giornata.
Il risultato del tuo lavoro, spesso, non si vede.

Il risultato: sta in un ragazzo che un giorno ti guarda negli occhi un secondo più a lungo.
In una persona che torna a fidarsi.
In una porta che, dopo essere rimasta chiusa per mesi, qualcuno decide finalmente di socchiudere.
Sta nelle piccole cose. Quasi sempre nelle piccole cose.

L’educatore lavora con ciò che non è ancora successo, accompagna possibilità, tiene aperti spazi quando tutto sembra già deciso, ascolta, osserva, aspetta.
A volte fa un passo avanti, altre volte impara a stare indietro e soprattutto continua a esserci.

È un lavoro che amo.
Non perché sia semplice, ma perché chiede competenza, responsabilità.ed empatia

Perché educare non significa avere semplicemente un buon cuore.
Significa formarsi, scegliere, assumersi la responsabilità delle relazioni. Significa conoscere i propri limiti e continuare a lavorarci.
Significa ricordarsi che dall’altra parte non c’è un problema da risolvere, ma una persona da incontrare.

Forse, alla fine, il senso è tutto qui: esserci.
E avere cura di ciò che ancora non si vede.

P.S.
Questa volta ho scelto di raccontare il lavoro educativo da un’altra prospettiva.

Ho lasciato fuori, almeno per un momento, le difficoltà economiche, la precarietà, il poco riconoscimento e tutto ciò che ancora non funziona in questa professione.
Non perché non contino, al contrario.

Ne ho scritto e ne ho parlato molte volte, e continuerò a farlo.
Perché raccontare ciò che non va è necessario, soprattutto quando riguarda una professione così importante.

Ma oggi avevo voglia di raccontare anche questo: perché, nonostante tutto, faccio l’educatore e amo questo lavoro.

Rocco Carta

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