La città senza colori

Un racconto per bambini e ragazzi sulla diversità, l’amicizia e il coraggio di guardare oltre ciò che conosciamo.

C’era una volta una città senza colori.
Le case erano bianche,
le strade erano bianche,
bianche erano le tende alle finestre
e persino i fiori avevano dimenticato
come si faceva a sbocciare.
Gli abitanti vivevano tranquilli,
o almeno così dicevano.
Ogni mattina uscivano di casa con gli stessi vestiti,
facevano le stesse strade
e la sera chiudevano le finestre
per non vedere il buio.
Nessuno sapeva chi avesse rubato i colori.
Nessuno, tranne una bambina.

Si chiamava Mia
e, da quando era nata,
aveva sempre avuto la sensazione
che il mondo fosse più grande
di quello che riuscivano a vedere.
Un pomeriggio trovò una porta
in fondo a un vicolo.
Era una porta piccolissima,
quasi nascosta dall’erba.
Mia si inginocchiò
e bussò tre volte.
Toc.
Toc.
Toc.
Dall’altra parte qualcuno disse:
«Finalmente.»
La porta si aprì.
Dentro non c’era una stanza.
C’era un bosco.

E nel bosco c’era un bambino
con i capelli rossi
e una macchia blu sulla guancia.
«Chi sei?» domandò Mia.
«Non lo so più.»
«E quella?»
Il bambino indicò la macchia.
«Quello è il blu.»
«Il blu cosa?»
«Il colore che avevo prima di dimenticarmi di me.»
Mia lo guardò senza capire.
Poi si accorse che il bambino tremava.
Gli prese la mano.
E la macchia blu si allargò.
Passò dalla guancia al collo,
dal collo alle spalle,
fino a ricoprire tutto il bambino.
Quando il colore si fermò,
i suoi capelli erano ancora più rossi
e gli occhi brillavano come il cielo dopo la pioggia.
Rise.

Una risata così forte
che, per un momento,
gli alberi sembrarono più verdi.
«Come hai fatto?»
Mia scosse la testa.
«Non ho fatto niente.»
«Allora fallo ancora.»
Camminarono insieme.
Nel bosco trovarono una bambina gialla
seduta sopra un sasso.
Aveva gli occhi pieni di sole,
ma non riusciva più a sorridere.
Trovarono un vecchio verde
che custodiva una foglia
come fosse un tesoro.
Trovarono una donna viola
che parlava soltanto con la luna.
E trovarono il nero.
Il nero non viveva nel bosco.
Viveva sotto il bosco.
In una grotta così profonda
che nemmeno la luce aveva il coraggio
di arrivare fino in fondo.
«Non dobbiamo prenderlo», disse il bambino rosso.
«Perché?»
«Perché il nero fa paura.»
Mia entrò comunque.
Camminò nel buio
finché sentì una voce.
«Non venire più avanti.»
«Perché?»
«Perché, se mi vedi,
potresti non voler tornare indietro.»
Mia si fermò.
Poi disse:
«Io non sono venuta a portarti via.»
Silenzio.
«Sono venuta a vedere chi sei.»
Il buio si mosse.
E, per la prima volta,
Mia vide il nero.
Non era cattivo.
Era soltanto stanco.
Aveva passato così tanto tempo
a nascondersi
che aveva dimenticato
che anche il buio può avere bisogno
di qualcuno che gli resti accanto.
Mia gli tese la mano.
Il nero la prese.
E, in quell’istante,
successe qualcosa che nessuno aveva previsto.

I colori si toccarono:
Il rosso incontrò il giallo
e il cielo si riempì di tramonti.
Il blu sfiorò il giallo
e nacquero prati profondi
come il mare.
Il rosso abbracciò il blu
e sulle montagne comparve il viola.
Il verde si mescolò alla luce
e gli alberi tornarono a respirare.
E il nero rimase lì.
Non si cancellò.
Non diventò bianco.
Non sparì.
Si mise semplicemente al centro.
Perché, senza il buio,
nessuno avrebbe saputo
quanto fosse luminosa la luce.
I colori tornarono in città.

All’inizio gli abitanti ebbero paura.
Il rosso sembrava troppo acceso.
Il blu, troppo profondo.
Il giallo faceva male agli occhi.
Il verde entrava dappertutto.
Qualcuno protestò.
«Rivogliamo il nostro bianco.»
Mia li guardò.
«Potete averlo.»
Prese un pennello
e lo intinse nel bianco.
Poi si voltò verso il mondo.
«Ma non potrete più dimenticare tutti i colori che il bianco aveva nascosto.»

Quella notte nessuno chiuse le finestre.
La città rimase sveglia
a guardare il cielo.
C’erano stelle che nessuno aveva mai visto.
C’era un blu enorme sopra i tetti.
C’era una luna quasi gialla.
E, vicino alla luna,
un piccolo punto rosso.
Il bambino dai capelli rossi
guardò Mia.
«Secondo te, domani ci saranno ancora?»
«I colori?»
Lui annuì.
Mia sorrise.
«Non lo so.»
«E allora perché sei felice?»
La bambina guardò la città.
Poi guardò le proprie mani,
ancora sporche di tutti quei colori.
«Perché adesso sappiamo dove trovarli.»
E, da quel giorno,
quando qualcuno aveva paura di cambiare,
quando due persone erano troppo diverse
per riuscire a capirsi,
quando qualcuno pensava
che sarebbe stato più semplice
tornare tutto bianco,
nella città si raccontava una storia.


La storia di una bambina
che aveva aperto una porta.
E aveva scoperto
che nessun colore nasce davvero da solo.
Perché, a volte, bisogna incontrare qualcuno
che non ci somiglia affatto
per diventare, finalmente,
qualcosa che, da soli,
non avremmo mai potuto essere.

Rocco Carta

*L’immagine è il Kampung Warna-Warni Jodipan (noto anche come Rainbow Village), un vivace quartiere colorato situato a Malang, nella provincia di Giava Orientale, in Indonesia

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