Solo un uomo

Solo un uomo

cercando un porto dove approdare,
un ormeggio dove calare l’ancora
per poter restare.

Un viaggio
con la morte nel cuore
per ciò che stavo lasciando

case, voci, volti,
e per quello che forse
non avrei più rivisto.

Un viaggio
con la speranza di incontrare uomini
pronti ad accogliermi,
pronti ad allargare le braccia
verso un uomo stanco,

offrendo un lavoro
per poter mandare da vivere
a chi è rimasto dove sono nato,
un posto dove sdraiarmi e riposare,
un pasto e dell’acqua
per rifocillarmi,

come avrei fatto io
con un viaggiatore straniero
giunto alla porta della mia dimora.

Qualcosa, col tempo,
da poter ricambiare.

Invece

ho incontrato silenzi armati,
sguardi che misurano
prima ancora di ascoltare.

Sono stato chiamato straniero,
come si chiama il buio
per non nominarne la paura.

Ma io guardavo quei volti
come si guarda uno specchio incrinato:

le stesse mani
indurite dal lavoro,
la stessa fame
quando il pane manca,
la stessa notte
che entra nelle ossa.

Non è la terra sotto i piedi
a renderci diversi,
né il colore che il sole
lascia sulla pelle.

È solo la sorte
che mi ha posto di qua,
e loro di là.

Io, l’altro.
Loro, me stesso
se il vento avesse soffiato
in direzione opposta.

E mentre mi additavano,
ho riconosciuto
non un nemico,
ma un fratello
che non sa ancora
specchiarsi in me.

E forse basterebbe
fermarsi un istante,
restare davanti allo specchio
senza voltare lo sguardo.

Per riconoscere
che ciò che trema in me
abita anche nell’altro.

Paura, fame, speranza.

In fondo
non sono altro che un uomo.

Rocco Carta

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