
Non custodisco idee,
accompagno attenzioni.
Imparo guardando come cade la luce
su ciò che non avevo notato.
Le mani sanno prima delle parole,
i piedi capiscono le distanze,
il respiro corregge
ciò che la mente anticipa.
Educare non è spiegare il mondo,
ma saper fare spazio
perché il mondo si mostri.
Quando smetto di cercare il significato
e ascolto ciò che accade,
qualcosa si ordina da sé.
Non perché sia stato capito,
ma perché è stato vissuto.
Ed è a quel punto che l’intervento diventa attivo:
si entra in scena tessendo
le prime fila della relazione,
creando inclusività.
È lì, in quei precisi istanti,
che prende forma la professionalità:
quella per cui ci si è preparati e riconosciuti,
insieme al bagaglio di studi,
di incontri e di scontri,
di difficoltà e di vita
che ciascuno porta con sé.
Talvolta si fallisce.
Talvolta si riesce.
Ma educare non è vincere.
È farsi presenza.
Presenza quando l’altro vacilla,
quando non vede possibilità,
quando si sente ultimo.
Perché nessuno lo sia davvero.
Perché l’autonomia non si consegna:
si costruisce insieme,
finché l’altro
non ha più bisogno di noi.
Rocco Carta

