Ode alla scuola di un educatore narratore

Io amo la scuola.
L’ho capito tardi, come si capiscono certe verità che crescono in silenzio. Da ragazzo la guardavo senza vederla del tutto, ma lei intanto mi stava già modellando.

Il giorno in cui l’ho lasciata, ho sentito un vuoto leggero, simile a quando chiudi un libro e rimani per un attimo sospeso. In quel vuoto ho trovato la certezza che sarei tornato. E infatti sono tornato.

La scuola ha spigoli, ruggine, correnti d’aria che attraversano i corridoi.
Ha anche la forza di un luogo che, nonostante tutto, continua a insegnare meglio di chiunque altro.
Qui le menti si svegliano, si scontrano, si aprono come finestre.

Potrebbe cambiare ancora: più spazio al futuro, più strade nuove per imparare, meno peso sulle spalle di chi cresce. Da anni discutiamo di voti e compiti, come se dentro quel dibattito ci fosse la chiave per sciogliere ogni ansia. Forse un giorno troveremo davvero una misura giusta.

Le difficoltà sono molte, lo so. A volte sembrano muri, altre volte nebbia.
Eppure si va avanti proprio perché vale la pena farlo. Le cose importanti chiedono cura, non fretta.

Per me la scuola rimane un terreno dove si cammina insieme, dove ci si allena a pensare, dove ci si scopre diversi da come si era entrati. È un luogo da custodire, perché cresce con chi lo attraversa.

Io la amo così tanto che ho scelto di restarci. E finora, ogni volta che ho pensato di lasciarla davvero, lei mi ha richiamato come un libro che non vuoi riporre sullo scaffale.

Rocco Carta

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