Geografia cromatica

Il rosso lasciò una traccia sulla pelle del cielo e il giorno imparò a bruciare piano.

Il blu gli passò accanto senza fare rumore portandosi dietro il peso delle onde.

Poi si incontrarono nel punto esatto
dove le distanze smettono di avere un nome e nacque un colore che nessuno dei due aveva mai saputo pronunciare.

Il giallo arrivò con le tasche piene di sole
inciampò nel silenzio del blu
e da quell’urto venne fuori un giardino
che sembrava non avere più confini.

Il rosso cercò il giallo come si cerca una finestra accesa nella notte e insieme accesero tramonti sopra città che non esistevano ancora.

Poi il verde guardò il viola negli occhi
e per un istante tutto sembrò fermarsi
come quando il mare trattiene la luna
prima di restituirla alla notte.

E la luce, che conosceva tutti i segreti,
entrò nelle crepe del buio
ne raccolse il rosa più fragile
e lo lasciò cadere dentro un buco nero.

Fu allora che il cielo si aprì
come una porta rimasta chiusa troppo a lungo e ogni cosa diventò visibile

Non per trovare una risposta,
non per dare un nome alla meraviglia
ma solo per capire
se per stare vicini
serva davvero una ragione.

Poi la luce si stancò di guardarci
fece un passo indietro
e lasciò il mondo senza spiegazioni

Il rosso perse il suo calore,

il giallo si spense dietro le colline,

il verde rimase appeso ai rami
come un ricordo che non vuole cadere.

Il viola diventò ombra,
il blu si fece così profondo
che nessuno seppe più distinguere
il cielo dal mare

E nel bianco rimasto alla fine
nessun colore ebbe più paura di perdersi.

Perché fu proprio allora
che capirono di non essere mai stati separati.

Il rosso conservava ancora un poco del blu, il giallo custodiva una traccia di verde, il viola portava dentro di sé la memoria del rosso e del blu.

Ogni colore aveva lasciato qualcosa
negli altri,
qualcosa che non poteva più essere restituito
e che, proprio per questo,
non sarebbe mai andato perduto.

Il mondo rimase in silenzio.
Poi, da qualche parte oltre l’orizzonte,
una minuscola luce tornò ad accendersi.

Non era rossa.

Non era blu.

Non era gialla.

Era soltanto luce.

E bastò quello.Perché quando il primo colore la toccò,
gli altri gli andarono incontro
senza domandare dove finisse l’uno
e dove cominciasse l’altro.

Perché quando il primo colore la toccò,
gli altri gli andarono incontro
senza domandare dove finisse l’uno
e dove cominciasse l’altro.

E il cielo, per la prima volta,
non ebbe più bisogno di scegliere
che cosa essere.
Cominciò semplicemente
a divenire.

E forse è così che nascono le cose più belle:
non quando troviamo qualcuno
che ci assomiglia,
ma quando smettiamo di avere paura
di ciò che, in noi,
è diverso.

Da allora, ogni sera,
quando il giorno si arrende alla notte,
il cielo torna a mescolare i suoi colori.

E se lo guardi abbastanza a lungo,
proprio nel punto in cui il rosso sfiora il blu,
puoi ancora vedere
quel colore senza nome.

Quello che nessuno ha mai saputo pronunciare,
ma che, in qualche modo,
tutti abbiamo sempre saputo riconoscere:

Armonia.

Rocco Carta

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