
Arriva l’estate: un periodo pieno di luce, di voglia di vacanze, che dovrebbe rappresentare uno stacco dalle tante fatiche di un anno di lavoro educativo.
Sì, lo so: non può essere uno stacco che copra tutta la stagione, ed è chiaro che si continua a lavorare fino a quando non arriva il giorno delle agognate vacanze, per chi ha la fortuna di averle.
Eppure, come ogni anno, come ogni estate, per chi svolge il lavoro educativo inizia anche un tempo di ansia e di angoscia.
Contratti che si chiudono, nella speranza che possano essere rinnovati. Soprattutto per chi ha contratti a tempo determinato, trovandosi a vivere così una ricerca spesso spasmodica di nuove opportunità che permettano di non restare senza lavoro per mesi. Perché spese, bollette, mutui e affitti, si sa, non vanno in vacanza.
Del resto è così: chiudono le scuole, si aprono i centri estivi; in alcune cooperative o in alcuni servizi ci sono possibilità di sostituzioni, oppure accompagnamenti nelle vacanze di sollievo per utenze di ogni età. Ma i posti non sono mai abbastanza.
E allora l’ansia cresce. Cresce per chi ha contratti precari, ma anche per chi ha un contratto a tempo indeterminato e magari non ha nemmeno ore a credito nella famigerata banca ore. Anzi, spesso, complici i continui tagli da parte delle istituzioni e problemi ormai cronici, quelle ore restano addirittura a debito.
Una situazione grave, logorante, che si ripete ogni anno e che continua ad aumentare di intensità, a danno delle educatrici e degli educatori, che arrivano all’estate trascinandosi dietro il peso di un anno intero di fatiche.
Perché il lavoro educativo continua. Prosegue. Non si ferma con l’ultimo giorno di scuola.
Anzi: appena possibile, molti professionisti del settore iniziano i centri estivi sotto il caldo e il sole rovente. In aule caldissime e, quasi sempre, io direi sempre, (ma voglio evitare di essere troppo netto) senza un filo d’aria condizionata, ventole o ventilatori vari.
Aule cocenti, in cui bisogna restare per forza. Perché bambini e ragazzi, anche loro stanchi, provati dal caldo e da un anno pieno di impegno, non li puoi lasciare ore sotto il sole dei giardini o dei cortili, quando ci sono.
Intanto il Ministero dell’Istruzione dichiara di voler mantenere aperte le scuole anche nei mesi estivi.
Che novità.
Per noi, le scuole sono sempre rimaste aperte.
Ma se nessuno affronta davvero i problemi strutturali, tutto questo continuerà a essere durissimo. Perché con il caldo estremo che aumenta anno dopo anno, anche a causa dei cambiamenti climatici, lavorare, progettare e costruire attività educative diventa sempre più complesso per educatori, docenti, personale scolastico e utenza.
Questa è l’estate di un’educatrice e di un educatore.
E non sorprende che molti, anche giovanissimi, formati e laureati, scelgano di lasciare questa professione proprio allo scoccare dell’ultima campanella dell’anno scolastico.
Se si continuerà così, la crisi educativa e la crisi di questa professione rischiano di diventare irreversibili.
Soluzioni?
Poche e le scrivo da sempre:
riconoscimento,
inquadramento adeguato,
ascolto.
Perché, in fondo, di castagne dal fuoco con il nostro lavoro ne tiriamo fuori tante.
E forse, al Ministero dell’Istruzione, le persone da ascoltare davvero quando si organizzano e si strutturano scuole, centri estivi o campus estivi dovrebbero essere proprio quelle che quei luoghi li vivono ogni giorno dell’anno compresa l’estate.
Quelle più esperte:
noi.
Per il resto, colleghe e colleghi, famiglie e utenti: buona estate.
Rocco Carta
P.S.
Qualche anno fa (2021) scrissi un racconto che parlava proprio del lavoro estivo di educatrici ed educatori. Lo riposto qui perché è ancora molto attuale:

