Se gli educatori (ma anche tutti i lavoratori del sociale) smettessero di lavore?

*immagine presa dall’articolo di Vita

Ci chiedono di colmare vuoti enormi con stipendi piccoli, contratti fragili e carichi emotivi che nessuno vede.

Ci chiedono presenza, competenza, empatia, responsabilità. Sempre.

Ma intanto gli educatori spariscono. Non perché manchi la vocazione, perché da troppo tempo viene chiesto di sacrificare dignità, salute e futuro in nome della “passione”. Una professione non può reggersi sul sacrificio infinito di chi la svolge.

Oggi davanti a baby gang, violenza giovanile (vedi ultimi fatti di cronaca), disagio psicologico sempre più precoce e famiglie lasciate sole, tutti chiedono interventi educativi immediati.

Le realtà educative vengono chiamate a contenere ciò che la società non riesce più a prevenire.
Ci viene chiesto di ricostruire relazioni, arginare rabbia, creare alternative, tenere insieme pezzi che si stanno rompendo ovunque.

Ma tutto questo ha un peso enorme.
Un peso umano, emotivo e professionale che non può continuare a essere scaricato sugli educatori senza riconoscimento, senza tutele e senza investimenti reali.

Quando gli educatori se ne vanno, non perde solo il settore,
perdono i ragazzi, le famiglie, le scuole, i servizi, la società intera.

Perché senza educazione, cura e relazione, resta solo emergenza.
La motivazione da sola non basta più (per quanto mi riguarda non poteva e doveva bastare anche quando ho iniziato a svolgere questa professione).

Servono stipendi adeguati, équipe sane, formazione, tempi umani e rispetto professionale.
Altrimenti il tracollo non sarà una previsione: sarà una responsabilità collettiva.

Rocco Carta – Educatore

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