Non sono mai lo stesso

Ho incontrato la sconfitta
non in guerra,
non in un giorno memorabile,
non alla fine di una partita,
ma in un pomeriggio qualunque,
di quelli che non avvisano
quando ti crollano addosso.

Era lì,
spalle curve,
a contare le mie occasioni
come monete.

L’ho affrontata subito:
«Sei arrivata prima tu
o ti ho costruita io
poco alla volta?»

Non ha risposto.
Ha alzato gli occhi
e dentro ho visto
partenze rimandate,
tentativi spezzati,
parole rimaste indietro.

Si è avvicinata piano,
senza fretta,
come fanno le cose
che sanno di aver tempo.
«Ti aspettavo»,
ha detto,
«torni sempre».
Ho riso appena,
quanto basta
per rompere il silenzio.

«Ti sbagli.
Io torno, sì,
ma non sono mai lo stesso».
Si è fermata.
Le ho preso il viso,
ruvido di giorni storti:
«Guarda meglio».

Le ho mostrato
le notti a ricominciare,
le cadute fatte appoggio,
le ferite
che imparano a chiudersi.
Le ho detto
di ogni volta
che mi credeva finito
e invece stavo cambiando forma.

Ha abbassato lo sguardo.
«Sai far cadere»,
le ho detto,
«ma non sai nulla
di come si torna in piedi».

E lì,
in quell’istante,
si è fatta più piccola.

Non è sparita,
ma ha perso voce.
Se n’è andata piano,
tra le cose dimenticate.

Io sono rimasto
con le mani sporche di tentativi,
il fiato corto,
il cuore pieno.
Perché sì,
ho perso.
Molto.
Ma ogni volta che mi rialzo
le strappo un pezzo di potere.
Lasciandola senza voce.
E allora a parlare
sarò solo io.

Rocco Carta

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