Questo non è uno sfogo   

Ci hanno insegnato a temere chi porta il peso della fatica.
A credere che siano loro la causa di tutto.
Ma sotto le narrazioni costruite, la verità è un’altra.

Non capisco.
E forse è davvero un mio limite.
Non capisco perché, in un mondo attraversato da disparità evidenti, da vite che non arrivano nemmeno a un pasto al giorno, da diritti negati, da case che crollano sotto il peso dell’abbandono, di bombardamenti, delle intemperie, del clima che cambia, io dovrei puntare il dito contro chi tutto questo lo subisce.

Non capisco,
e anche questo sarà un mio limite,
perché, se faccio fatica a mantenere la mia famiglia, a ottenere un lavoro che mi permetta di vivere, a vedere riconosciuto il valore del mio sudore, la mia rabbia dovrebbe rivolgersi verso chi è più fragile di me, verso chi è stato spinto ancora più in basso.

Non capisco, soprattutto,
perché ci viene chiesto di avere paura di chi porta con sé bagagli di fatiche indicibili.
Ci viene detto che sono il problema, la minaccia, la causa di ogni mancanza.
Eppure loro,  sì, loro: i potenti, i padroni del racconto, quelli che non conoscono la precarietà, l’ansia, la rinuncia, continuano a indicare nemici immaginari invece di risolvere problemi reali.
Continuano a seminare paura, a raccontare invasioni, a evocare usurpazioni, mentre alimentano deliberatamente ciò che dicono di voler combattere.
E così noi,
noi che fatichiamo, noi che resistiamo,
finisce che ci scontriamo tra simili, che ci dividiamo tra ultimi, che ci accusiamo a vicenda.

Nel frattempo loro, quelli che avrebbero il potere e il dovere di intervenire, non solo non risolvono nulla, ma aggravano il peso sulle spalle già curve.
E si arricchiscono.
Si rafforzano.
Prosperano.


Mentre loro vivono delle loro narrazioni tossiche, noi, le nostre vite, il pianeta stesso, continuiamo ad annaspare, a restare sospesi tra sopravvivenza e rinuncia, aspettando un’ancora che non arriva.
Assuefatti alle loro frottole, ripetute fino a sembrare verità, restiamo immobili. E l’immobilità diventa complicità forzata.

Forse è questo il vero limite che ci hanno insegnato:
guardarci di traverso,
contarci le ferite,
scambiarle per colpe,
mentre qualcuno, dall’alto, ci spinge sott’acqua
e lo chiama ordine naturale.


Ma no, non è un limite non capire.
Il vero limite è continuare a credergli.
Il vero errore è combattere tra poveri,
mentre chi decide resta intoccabile,
al sicuro,
e senza mai pagare il conto.

Rocco Carta

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