
Ho paura di qualcosa che conosco già
Ho paura.
Non di qualcosa di nuovo, ma di qualcosa che conosco già.
Non ne avevo mai avuta prima d’ora come in questi ultimi tempi, perché questa non è una paura vaga o irrazionale: è una sensazione familiare, un déjà-vu storico che torna a bussare con insistenza.
Sembra che solidarietà, umanità, capacità di immedesimarsi nell’altro, e tutto ciò che di positivo dovrebbe derivarne, non solo non vadano più di moda, ma vengano progressivamente sostituite dal loro opposto.
L’altro non è più una persona.
L’altro è un nemico.
L’altro è pericoloso.
Il clima che respiriamo
Cresce un egoismo che non ha più nemmeno bisogno di nascondersi. Cresce l’ego smisurato di leader furbi, capaci di guidare masse di persone non perché abbiano risposte, ma perché offrono bersagli.
È già successo.
Succede sempre così.
In nome dell’ordine e della disciplina si legittima l’uso della forza, mentre sotto il tappeto vengono nascosti i problemi reali, le disuguaglianze, il marciume. La paura diventa uno strumento. La semplificazione una strategia.
E intanto tutto si trasforma in tifo.
Tifo da stadio, cieco, inutile.
Per questo o per quello.
“A morte il nemico, soccomba il diverso”.
Senza accorgersi che oggi i diversi, i nemici indicati sono altri, ma domani potremmo essere noi.
Tifo, fanatismo e disumanizzazione
Il tifo non chiede di capire, chiede di scegliere una parte.
Il fanatismo non vuole complessità, vuole slogan.
Ed è così che ci si allontana dall’essere umani.
Dall’alzarsi e ribellarsi mentre bambini, giovani, adulti e anziani continuano a soffrire e a morire.
Zero empatia.
“Bisogna fermarli”, ci dicono.
“Vi proteggeremo noi da questi lupi cattivi, da questi cattivoni.”
E allora cosa importa se nel frattempo perdiamo qualche diritto?
Cosa importa se le libertà vengono limitate?
Cosa importa se i loro affari prosperano e noi non arriviamo alla fine del mese?
L’importante, come sempre, è avere dei capri espiatori.
E oggi lo sono “gli altri”, quelli diversi da noi.
Non succede solo per colpa loro
La storia ha dei cicli.
E spesso ritorna con violenza, riproponendo gli stessi enormi errori.
Ma non lo fa da sola.
Lo fa perché lo permettiamo.
Lo fa perché non impariamo.
Lo fa perché, nonostante tutto, continuiamo a credere che a noi non toccherà.
Dopo immensi e tragici eventi, una strada era stata tracciata.
Eppure, ogni volta che arriviamo al bivio, scegliamo di nuovo quella che conduce al baratro, convinti che qualcuno ci fornirà un paracadute all’ultimo momento.
Un film già visto
Sì, ho paura.
Perché questo è un film già visto.
E quando si tira troppo la corda, non è affatto detto che questa volta il finale sarà lieto.
La storia non ritorna per caso.
Ritorna quando smettiamo di riconoscerla.
E quando, per comodità o paura, decidiamo di guardare altrove.
Rocco Carta

