Stranger things, attraversare l’adolescenza e il non smettere mai di raccontare.

Attenzione: possibili spoiler!

L’ultima puntata di Stranger Things mi ha riportato agli anni dell’adolescenza:
le amicizie che ti cambiano, le risate (e non spoilero per chi non ha visto la puntata), le paure che sembrano più grandi di noi, la musica che ascolterai per tutta la vita e che ti resta addosso.


Quegli anni, i mitici anni ’80, non erano migliori di altri, ma erano i nostri: quelli che molti di noi hanno vissuto alla stessa età dei protagonisti della serie, quelli in cui crescere significava assaporare tutto con intensità (esattamente come gli adolescenti del giorno d’oggi e quelli di ogni tempo).

Alla fine, durante un’ultima partita a D&D, gli altri protagonisti chiedono a Mike:
“Il narratore cosa fa?”
E lui risponde, semplice e potente:
“Continua a raccontare storie.”

Forse è questo il senso del crescere: cambiano i mostri da affrontare, cambiano alcuni ricordi e alcune amicizie, mentre altre restano per sempre; cambiano le città (anche una Milano dei primi anni ’80 n.d.a) ma chi racconta non smette mai.

E forse è questo che rende prezioso ogni tempo: che tu sia in una Milano dei primi anni ’80, a Hawkins, o ovunque, ci saranno sempre storie da vivere, paure da affrontare, amicizie da custodire e ricordi che ti plasmano.

Perché raccontare è resistere.
E ricordare da dove veniamo.

Crescere è affrontare mostri che cambiano, custodire amicizie che restano, e continuare a raccontare storie.


Che tu sia a Milano negli anni ’80 o a Hawkins, oppure in qualsiasi altra città del mondo, chi racconta non smette mai.


Raccontare è resistere.
E ricordare da dove veniamo

Rocco Carta

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