La Grazia di Sorrentino e il diritto di scegliere la fine.

Ieri mi sono finalmente recato a vedere La Grazia, diretto da Paolo Sorrentino e interpretato da un monumentale Toni Servillo.
Ci tenevo molto: sono da sempre un fan della coppia Sorrentino/Servillo, ma soprattutto ero attratto dalla tematica centrale del film, che sentivo vicina, quasi necessaria.
Un Presidente della Repubblica negli ultimi sei mesi del suo mandato: il cosiddetto semestre bianco, quel limbo istituzionale in cui non può sciogliere le Camere ma può ancora firmare le leggi.
Tra queste, una pesa più di tutte: la legge sull’eutanasia. E insieme a essa, la possibilità di concedere la grazia a un uomo e a una donna detenuti.
Non dirò altro, per rispetto di chi non ha ancora visto il film, ma posso dire senza esitazione che La Grazia mi ha profondamente emozionato e colpito.
Servillo, ancora una volta, è il perno morale ed emotivo del racconto. Il suo Presidente non è un uomo di potere nel senso classico, ma un uomo schiacciato dal peso delle decisioni, stanco, attraversato dal dubbio. Ogni gesto, ogni silenzio, ogni firma è carica di una responsabilità che non ammette ritorno. Non c’è retorica, non c’è eroismo: c’è la fragilità di chi comprende che decidere per gli altri significa anche convivere per sempre con quella scelta.

Attorno a lui, il film respira anche grazie a interpretazioni femminili di grande spessore. Anna Ferzetti, nel ruolo della figlia del Presidente, è intensa e profondamente credibile: il suo personaggio vive in bilico tra amore e distanza, tra il bisogno di protezione e il giudizio morale verso un padre che incarna lo Stato prima ancora che la famiglia. È uno sguardo che pesa, che interroga, che non concede assoluzioni facili.

Magistrale anche Silvia Marigliano, nei panni della migliore amica del Presidente. La sua è una presenza rumorosa, dotata di grande sagacia e arguzia, ma decisiva: una figura che sembra conoscere l’uomo prima dell’istituzione, capace di stargli accanto senza indulgenza né condanna.

Infine Guè Pequeno e la sua musica. Lui appare solo in un cameo, ma la sua presenza attraversa il film in modo sorprendente. Il Presidente ascolta spesso Le bimbe piangono, brano del 2015 contenuto nell’album: Vero una canzone che diventa un controcanto emotivo alla narrazione. È un dettaglio potentissimo: mentre le istituzioni parlano il linguaggio delle leggi e dei protocolli, quella voce restituisce un dolore umano, sporco, non mediato. È lì che il Presidente smette di essere una carica e torna a essere un uomo.

La Grazia è un film che parla di fine vita, ma soprattutto di diritto alla scelta. Non prende posizione in modo didascalico, non suggerisce soluzioni: costringe lo spettatore a stare dentro la domanda. Di chi è la nostra vita? E, soprattutto, di chi è la nostra morte?
Guardandolo, il pensiero è andato inevitabilmente al mio libro Discografia evolutiva (Rocco Carta – Edizioni Underground): https://www.edizioniunderground.it/discografiaevolutiva
Anche lì, Cristian combatte una battaglia simile: il suo è un percorso più intimo, meno istituzionale, ma non meno radicale. Cristian lotta per il diritto di decidere il proprio fine vita, contro il peso delle aspettative altrui, delle convenzioni sociali, delle paure che circondano la morte quando smette di essere astratta e diventa scelta.
Se in La Grazia la decisione passa attraverso la solennità dello Stato, nel romanzo passa attraverso il corpo, la memoria, la musica, l’identità. Ma il nodo è lo stesso: la libertà di autodeterminarsi fino in fondo. In entrambi i casi, la scelta non è mai presentata come semplice o indolore, ma come un atto di lucidità estrema, che richiede coraggio e consapevolezza.
Sorrentino firma forse uno dei suoi film più sobri, meno barocchi, e proprio per questo più incisivi. La Grazia resta addosso, continua a lavorare dentro anche dopo la visione, come fanno solo le opere che non cercano di piacere, ma di interrogare.
E allora torno alla domanda iniziale che Dora nel film rivolge al padre Presidente: di chi sono i nostri giorni?
Forse non sono mai stati davvero nostri, ma il diritto di interrogarsi, al cinema, nella letteratura, nella vita, non dovrebbe mai esserci tolto.
Rocco Carta


Da tempo ho preso le distanze da Sorrentino, ma da come lo descrivi, mi pare un educatissimo e pacato modo di stare dentro una discussione – per altro in temi in cui proprio quelle discussioni conoscono controcanti feroci.
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Grazie per il commento Domenico. Sì lo è, ed è, a mio avviso, uno dei valori aggiunti del film.
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