
Buona lettura.
Non accade spesso di imbattersi in un libro che tolga il fiato e, restituendolo, lo consegni trasformato: non più respiro ordinario, ma ritmo profondo, consapevolezza nuova, ossigeno per l’anima. Discografia evolutiva di Rocco Carta è uno di quelli, rari come una voce che non necessita d’imporsi, come un abbraccio disarmato e gratuito. Non è solo un romanzo, né solo un atto poetico o una riflessione sull’esistenza: è un gesto umano. Un’opera che attraversa e si lascia attraversare, un testo che interpella e si fa carne nel lettore, fino a condurlo in fragili territori della condizione umana, autenticamente reali: il morire e la libertà di farlo a modo proprio.
Il protagonista, in quella che è consapevolmente la sua ultima notte, riascolta le canzoni che hanno segnato le tappe della sua esistenza. Non si tratta di un semplice escamotage narrativo: la “discografia evolutiva” diviene architettura emotiva della memoria, linguaggio sonoro dell’identità, filo invisibile che cuce frammenti di vita, dolori, scoperte, perdite, gioie, amori. Ogni canzone evocata è una soglia, un ritorno, un addio. È nella musica che la narrazione si fonde con l’anima: è la musica a costruire il ritmo del congedo, più che le parole. E questo congedo, pur nella sua struggente radicalità, non chiede pietà, ma comprensione. Non invoca lamento, ma ascolto, che sia autentico: una sosta presso l’enigma dell’Altro, senza fretta di riempirlo di senso.
Viviamo in una società che ha anestetizzato la morte, rendendola opaca, marginale, indicibile. Come scrive il sociologo Norbert Elias, essa è divenuta fatto clinico, burocratico, tecnico: un oggetto da gestire, un evento da nascondere, un passaggio da neutralizzare. La morte non si vede, non si tocca, nè si nomina. E così anche il morente, in quanto corpo eccedente, in quanto presenza liminale, è escluso dallo sguardo sociale, reso invisibile proprio laddove dovrebbe essere riconosciuto. Discografia evolutiva infrange quest’invisibilità. La porta lla luce. E nel farlo non la spettacolarizza, nè la romanticizza: la restituisce nella sua nuda e commovente verità.
Il libro non è mai ideologico: non prende posizione per dimostrare una tesi, non procede per opposizioni nette, non cerca di persuadere il lettore ad aderire a una dottrina preordinata. Rinuncia ad ogni forma di proselitismo, anche morale, anche etico. Non istruisce, espone. Non guida, accompagna. Disarma, attraverso una scrittura che non cerca di insegnare qualcosa sul suicidio assistito o sulla dignità della morte, ma qualcosa sulla presenza. Sul modo più umano di restare vicini quando tutto sembra, per natura, allontanare. Nel respiro stesso della lingua, nel ritmo delle sue frasi, a tratti zampillanti come flusso di coscienza, emorragia della memoria, affiora una postura etica radicale. Una disposizione dell’anima e dello sguardo: di chi non si volta altrove, di chi non arretra davanti al dolore, di chi sceglie di guardare, sentire e restare. È questa una lezione profonda: non dire cosa sia giusto fare, ma restituire con verità qualcosa che accade quando si resta umani di fronte al limite estremo.
La morte, nel libro, non è solo l’esito biologico di una malattia, né semplicemente l’oggetto di una decisione. Viene narrata come relazione. Non evento privato e chiuso, ma spazio che si apre all’Altro. È scelta, certamente estrema. Scelta che chiama in causa la libertà più profonda dell’essere umano, ma che non si compie mai in solitudine assoluta. Al contrario, ciò che la rende pienamente umana non è tanto l’atto in sé, quanto la sua capacità di essere condivisa, compresa, attraversata da sguardi, presenze e silenzi accoglienti.
Anche nel momento più intimo, più personale, più irriducibile, quello in cui il protagonista si avvicina alla soglia definitiva, l’Altro è lì. Non come spettatore esterno, ma come parte essenziale dell’esperienza. L’Altro è sguardo che accompagna, voce impressa nella memoria, mano invisibile che tiene, senza stringere, senza lasciare. Sono gli affetti, i familiari, è il lettore stesso. Il protagonista è un io esposto, fragile, poroso, è un nudo essere che si affaccia sul bordo, che non è abisso di solitudine assoluta perchè abbracciato dall’Altro. Altro che guarda senza giudicare, che ascolta senza interrompere, che resta anche nel silenzio, trasformando quel precipizio da baratro a varco. Il tu, l’Altro, non elimina la morte, ne cambia il volto. Permette all’io di attraversare la soglia senza sentirsi annullato. Permette di accomiatarsi in relazione e non contro il mondo. Permette di offrire la propria fine come gesto, come racconto, come ultima forma d’intimità. Quel tu può essere un volto amato, una presenza discreta, la mano di un medico consapevole, la voce di un amico, lo sguardo di una figlia, il silenzio partecipe di chi legge una storia come Discografia evolutiva.
Il libro riporta il protagonista al cuore delle relazioni, alla trama affettiva e simbolica che ha costituito la sua esistenza. La musica che il protagonista riascolta non è un sottofondo, ma un magnifico ponte che lo lega agli altri, il modo con cui egli si dice, si ricorda e si offre alla memoria degli altri. Qui la letteratura compie una sua funzione tra le più alte: non fornire soluzioni, ma farci vivere, immaginare, abitare ciò che spesso neghiamo. Così facendo, renderlo pensabile, dicibile, umano. Il vero tabù, forse, non è la morte, ma è lo stare davvero vicini a chi muore, senza girare lo sguardo.
Marie de Hennezel, psicologa e scrittrice che ha dedicato gran parte della sua vita all’accompagnamento dei malati terminali, ci ricorda quanto chi si avvicini alla soglia abbia bisogno d’essere riconosciuto nella sua singolarità, non essendo la procedura, bensì la relazione a rendere umano il morire. È una prospettiva che ribalta molte pratiche cliniche contemporanee, restituendo centralità al volto, alla voce, alla presenza. Rocco Carta lo mostra, con la delicatezza di chi sa che l’esperienza della fine non si spiega, ma si attraversa. E che ogni attraversamento è anche esposizione, dell’altro e di sé. La scrittura di Carta è un gesto di prossimità: non spiega, ma cammina accanto; non consola, ma tocca; non giudica, ma ascolta. È una scrittura che si fa presenza, pelle tesa sull’invisibile, che sceglie di stare fino all’ultimo nel luogo più scomodo: accanto alla verità dell’altro, senza ridurlo a caso clinico o ad un’edificante narrazione.
Il filosofo Emmanuel Levinas, ci ha insegnato che non è nel sapere, né nella legge, né nella potenza tecnica che si può misurare l’umano, ma nello sguardo rivolto al volto dell’Altro, soprattutto quando fragile, esposto e/o prossimo al silenzio. In questa prospettiva la morte non è mai un evento che riguarda solo chi la subisce ma, in qualche modo, un fatto che ci interpella. È il punto in cui l’altro ci chiede qualcosa di irriducibile: mi vedi? Mi resti accanto? Mi riconosci fino alla fine? La morte dell’altro è, in fondo, una richiesta di prossimità. Per questo il suicidio assistito, se lo guardiamo sotto questa luce, non può essere ridotto a una mera questione normativa, giuridica o clinica: non è solo una scelta dell’individuo da difendere o da limitare. È, prima di tutto, uno spazio etico, un luogo in cui l’umano si misura con il proprio grado di responsabilità, di ascolto, di accompagnamento. La vera domanda, forse, non è se l’individuo abbia diritto di scegliere, ma: “noi, che ci troviamo accanto a lui, come ci rendiamo presenti alla sua scelta? Sappiamo accompagnare senza invadere? Sappiamo riconoscere senza giudicare? Sappiamo non abbandonare?”
Discografia evolutiva è esattamente questo spazio narrativo: una stanza etica, silenziosa e accesa, un luogo interiore in cui il lettore stesso è messo alla prova. Non viene chiesto di schierarsi, di valutare, di sentenziare, ma di sostare, restare fermo, in ascolto. Di misurarsi con domande disarmanti: “riesco a vedere davvero quella persona nella sua interezza, o la riduco a un gesto che mi turba? Sono capace di restare accanto con rispetto, o mi irrigidisco nel bisogno di controllare, spiegare, correggere?” Non ci viene chiesto d’approvare o di dissentire. Non ci viene chiesto di essere d’accordo o meno con quella scelta. Siamo sollecitati, semplicemente ma radicalmente, ad esserci. A non fuggire da quella soglia. In quella stanza siamo spogli, con la nostra umanità, faccia a faccia con la libertà dell’altro nella sua forma più radicale.
C’è, in questo libro, una bellezza difficile da dire. Una bellezza che non cerca consenso, non consola, non adorna. È una bellezza asciutta, nuda, ruvida anche, che nasce dal coraggio di raccontare ciò che solitamente viene rimosso, taciuto, coperto, con la forza della poesia. Carta ha anche questo: una densità lirica che non è mai estetismo.
Leggere Discografia evolutiva non è un atto neutro. È un’esposizione. Un atto di presenza. Una partecipazione profonda a qualcosa che riguarda tutti, anche chi pensa di potersene tener lontano. Non si può fingere di non vedere. Carta ci accompagna oltre la soglia. Non ci lascia spiegazioni, ma ci invita ad abitare quel confine. Si piange, si riflette, si trema. Ma soprattutto non se ne esce indenni, perché il tema è duro, ma sopratutto è autentico.
Ecco, forse è questo il valore più grande di questo libro: non ci offre risposte, ma ci restituisce domande fondamentali. E lo fa senza proclami, ma con la forza di un atto narrativo che è anche, profondamente, gesto etico. Cosa significa morire con dignità? Chi può stabilirlo? Qual è il confine tra libertà e abbandono? E siamo pronti, noi, a stare accanto a chi sceglie di morire? Abbiamo parole? Abbiamo silenzio?
Questo libro non è solo una lettura. È un passaggio. Una ferita aperta. Un dono.
E chi lo riceve, non può che custodirlo con gratitudine.
Scritto da Andrea Forria
Bibliografia:
- Norbert Elias, La solitudine del morente, Il Mulino, 1985
- Marie de Hennezel, La morte amica: le lezioni di vita di chi si avvicina alla fine, BUR, 2013
- Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, 1961
Il libro lo potete trovare qui:
https://www.edizioniunderground.it/discografiaevolutiva
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