Alla radice della dipendenza

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Pubblico e condivido questo articolo e questa interessante riflessione sulle dipendenze, scritto da un’ottima collega educatrice, ringraziandola per avermelo fatto leggere e avermi dato la possibilità di condividerlo sul blog. Buona lettura!

Di Verena Ottaviano

Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa: il suono di una roulette che gira, o l’ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere di parlare di dipendenza e chiamarla piuttosto legame. Una persona dipendente si lega alla sostanza perché non è stata in grado di legare in modo altrettanto forte con nient’altro, ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà, ma il contatto umano.

Il filo rosso che unisce i percorsi più diversi delle persone dipendenti è sempre lo stesso: la solitudine. A volte è esplicita, palpabile, quasi la senti urlare; altre volte è nascosta sotto apparenti amicizie o legami familiari precari. Ma basta scavare leggermente per accorgersi che è lì, sempre presente, come un gran mostro che ti occlude e non ti permette di respirare, di andare oltre.

Nel libro “Il cervello dipendente”, l’autore scrive: “si può dipendere da molte cose, soprattutto dall’amore”. È da quest’ultima dipendenza che forse dobbiamo partire per trovare le radici di quello che sembra essere un male che accomuna tutti quanti, un male difficile da riconoscere. Le dipendenze da sostanze, alcool o da alcuni comportamenti non sono altro che tentativi disperati di sostituire dipendenze più profonde, di superare vuoti affettivi mai colmati: così le dipendenze da una parte evitano il dolore avvertito per un distacco, per una mancanza, dall’altra rimettono l’uomo in una condizione di assoluta dipendenza, facendo così risprofondare l’individuo in un terribile sentimento di angoscia. Credo che il dramma di chi vive una condizione di dipendenza possa essere sintetizzato in poche ed essenziali parole, anche in questo caso riprese dal medesimo libro: “giuriamo fedeltà ad un vizio per superare un vuoto”.

L’elenco dei farmaci da abuso sembra non finire mai, come gli infiniti modi che le persone trovano per fare e farsi del male. Questa corsa dell’uomo all’autodistruzione, pur di non guardare in fondo a  se stesso e ai propri tormenti, sembra inarrestabile.

Le dipendenze sono sempre esistite, ma pare che al mondo d’oggi si siano raddoppiate – tant’è che parliamo di new addiction, per definire le nuove forme di dipendenza che hanno preso piede soltanto negli ultimi decenni-  e siano divenute più complesse: infatti sempre più spesso accade che una dipendenza ne attiri a sé un’altra o sia la causa di altre patologie, motivo per cui vi sono sempre più comunità specializzate nella doppia diagnosi.

Credo che le dipendenze siano un po’ il risultato della società che l’uomo stesso ha creato, in cui la corsa all’individualismo ha preso il posto del senso comunitario e di condivisione e dove il consumismo continua ad alimentare uno stile di vita volto sempre di più a valorizzare le apparenze e a sopprimere la vera essenza dell’uomo. Gli uomini rifiutano di guardarsi, non vogliono più ascoltarsi e fanno di tutto per reprimere le proprie emozioni ma, lo sappiamo, la conoscenza della propria vita emotiva è elemento imprescindibile per adattarsi all’ambiente in modo soddisfacente. La conseguenza di tutto questo è il grosso handicap che viviamo nelle relazioni sociali: non siamo più in grado di dialogare, di guardarci negli occhi, di dire sinceramente cosa desideriamo e perché, di analizzare ciò che proviamo e cosa ci provoca rabbia o ci rende felici nel profondo. Un prete saggio, a cui sono molto affezionata, un giorno mi disse: “ l’essere umano è così intelligente da essere stato sulla Luna e aver scoperto l’acqua su Marte, eppure non conosce neanche il 10% di quello che ha dentro”. Ecco, io penso che alla radice della dipendenza ci sia la struggente constatazione che, facendo i conti con se stessi, non si riuscirebbe a campare. È come se l’uomo provasse a lenire la sofferenza data da una disregolazione interiore mediante la somministrazione di sostanze o lo svolgimento di attività che vanno semplicemente ad insabbiare il problema ma, se scaviamo un po’, immediatamente quella ferita riemerge e ci fa stare terribilmente male; allora proviamo a seppellirla ancora una volta e di nuovo, alla prima folata di vento, viene scoperchiata e riappare. È sempre lì, in alcuni momenti è latente, ma non si muove. E più fa male, più cerchiamo distrazioni nel mondo, il quale ha molto da offrirci in termini di distrazioni. Il dolore non svanisce finché non decidiamo  di affrontarlo, di attraversarlo, per accettarlo.

Ogni essere umano porta con sé il proprio dolore perché la sofferenza, così come l’aspirazione ad essere felici, è nella natura stessa dell’uomo. La differenza tra un tipo di persona e l’altra sta tutta nella consapevolezza, perché in essa è nascosta la radice del cambiamento. E forse, in fondo, è un po’ questo il compito dell’educatore: risvegliare la consapevolezza e lavorare sulla presa di coscienza affinché la persona trovi in sé gli strumenti per agire il cambiamento. Credo che nella vita di coloro che incontriamo abbiamo un ruolo: essere le persone tramite le quali sperimentare la potenza costruttiva di una relazione sana e profonda.

L’educatore ha tra le mani l’arduo compito di combattere l’isolamento sociale in cui vive l’uomo che soffre di una dipendenza e allo stesso tempo lavorare sulla socializzazione, sull’incontro con nuovi stimoli e possibilità. L’educatore, senza pretese eroiche, deve regalare una chance, essere l’incarnazione di quella famosa seconda possibilità che qualcuno, là fuori, stava aspettando.

L’educatore è colui che permette all’uomo di vedersi con occhi nuovi, che gli consente di riscoprire il proprio valore per poter finalmente dare un nome a quella ferita, perché solo così è possibile andare avanti.

Nel mio lavoro e, spero, più in generale, nel mio modo di approcciarmi all’altro e alla vita, mi piace ricordare che ogni ferita, in fondo, è una ferita d’amore, e più propriamente di amore mancato. Mi auguro che, partendo da questa constatazione, l’educatore riesca a guardare chi ha davanti con la giusta dose di empatia e tenerezza.

Non dobbiamo mai dimenticare la responsabilità della collettività nei confronti del singolo, perché la compartecipazione di tutti ad una condizione di sofferenza individuale consente alla persona in difficoltà di percepire che c’è una pelle psichica in grado di contenerla, che non è sola a combattere la propria battaglia ma c’è qualcuno accanto a lei, c’è un custode. “Sono forse io, il custode di mio fratello?”.

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