Lettera di un educatore un po’ attempato, ai giovani e a noi stessi

Non possiamo continuare a puntare il dito contro voi giovani.

Non prestiamo ascolto ai richiami che ci inviate. Non vediamo la vostra fragilità, anche quando ce la sbattete sotto gli occhi. Vi critichiamo tanto, troppo spesso, e non sempre lo facciamo con ragione. Perché, prima di puntare il dito contro di voi, dovremmo avere il coraggio di chiederci quanto ci sarebbe da criticare anche in noi stessi.

Non vi stiamo lasciando un futuro vero. E non stiamo nemmeno provando, fino in fondo, a costruirlo.

Un futuro fottuto in partenza. Anche per noi, che di anni ne abbiamo tanti, che abbiamo attraversato parecchie primavere e che, almeno in alcune di esse, eravamo convinti che qualcosa potesse davvero cambiare. Che il mondo potesse diventare un posto migliore, più giusto, più umano.

Invece, non è stato così.

Il problema è che siete stati esposti, fin troppo presto e senza adeguate difese, a un modello che vi offre tutto, o almeno vi fa credere che tutto sia a portata di mano. Un modello che vi seduce abilmente con spot pubblicitari, modelli di vita nocivi e immagini che vi bombardano a ogni ora del giorno. Vi sbatte in faccia il lusso, il successo facile, il capitalismo sfrenato, convincendovi che anche voi possiate raggiungere tutto questo, magari senza fatica.

Ma nessuno vi racconta davvero il prezzo da pagare. Nessuno si preoccupa abbastanza della vostra fatica, delle vostre paure, delle vostre fragilità. E così, mentre vi illudono di essere liberi di scegliere, finiscono per condizionarvi, per assorbirvi dentro un meccanismo che vi vuole sempre più dipendenti, sempre più controllabili.

Vi vogliono omologati. Vi vogliono dentro schemi prestabiliti. E soprattutto non vogliono che le vostre difficoltà diventino davvero una priorità, che se ne discuta seriamente, che qualcuno si assuma la responsabilità di affrontarle.

Anzi, se a un certo punto esplodete, se la rabbia vi travolge e finite per farvi trascinare in atti delinquenziali, per qualcuno è persino meglio. Perché, a quel punto, gli abili registi di tutto questo possono finalmente indicarvi come gli unici colpevoli. Possono mostrarvi al mondo come un problema da reprimere, anziché come il segnale di un problema molto più grande.

A lor signori non interessa davvero capire il perché. Non interessa interrogarsi sulle ragioni del vostro disagio, sulle cause della vostra indifferenza, sulla rabbia che vi portate dentro o sul vuoto che spesso vi circonda. Interessa soltanto potervi usare come capri espiatori, spostando altrove lo sguardo e sottraendosi alle proprie responsabilità.

E noi?

Noi che spesso puntiamo il dito contro di voi, noi che vi giudichiamo senza ascoltarvi, noi che pretendiamo risposte senza esserci mai preoccupati abbastanza di porre le domande giuste, noi che cosa abbiamo fatto?

Abbiamo permesso tutto questo. E, in molti casi, continuiamo a permetterlo.

Abbiamo accettato che il confronto diventasse uno scontro, che il dialogo lasciasse spazio alla condanna, che una generazione venisse messa contro l’altra. E così finiamo per dividerci, per guardarci con sospetto, per combatterci a vicenda, mentre qualcun altro continua a tirare i fili.

Come burattini, esattamente come voi.

Perché questa non è soltanto una denuncia contro un sistema che usa i giovani, li illude e poi li condanna. È anche una denuncia contro noi stessi, contro la nostra incapacità di ascoltare, di comprendere e di assumerci le responsabilità che ci competono.

I giovani hanno le loro responsabilità. Ma noi adulti abbiamo il dovere di riconoscere le nostre.

E se vogliamo davvero educare, non possiamo limitarci a giudicare. Dobbiamo ascoltare, capire, esserci. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che, prima di chiedere ai giovani di cambiare, forse dovremmo cominciare a cambiare noi.

Perché un futuro migliore non si costruisce puntando il dito contro chi lo erediterà, ma assumendoci la responsabilità di quello che gli stiamo lasciando.

Rocco Carta

*i miei two cents, sull’attualità, di un educatore attempato

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